Affittasi status natalizi su facebook

statu facebook natale

Ho pensato che, vista l’imperdibile occasione natalizia, potessi iniziare a fare qualcosa di veramente utile per il mio Paese. Un’azione che in qualche modo potesse fare di me un nuovo punto di riferimento della cultura italiana, tipo Fabio Volo o i Club Dogo. Mi sono ingegnato, ho ponderato, ho rilasciato tutta la mia energia creativa e solo dopo aver tirato lo sciacquone ho capito a cosa ero stato destinato… aiutare i miei amici di Facebook. Degli amici particolari. Tutti quegli amici che, vuoi per pigrizia, vuoi per incapacità emozionale da condividere e vuoi per difficoltà palesi nel tramandare in forma scritta i propri preziosi pensieri, sentono il bisogno di scopiazzare senza ritegno alcuno i propri status di Facebook.

A Natale siamo tutti più buoni, sia quelli buoni che quelli cattivi, non si può scegliere di non esserlo. Semplicemente lo siamo, ammettetelo! Anche voi avete fatto almeno un sorriso in più rispetto al 14 di Ottobre o al 22 di Marzo. È inconfutabile.

Ho deciso di promuovere la mia bontà attraverso una cosina semplice semplice, niente di impegnativo, niente di eclatante. Vi ho preparato, cari amici, un po’ di status adatti a faccia da libro e alle feste natalizie. Inoltre, vi faccio anche scegliere quale status copiare in base alla vostra vera o presunta personalità. Non mi rimane che scrivere questi status natalizi, pronti per:

1. La ragazza iper modaiola e sofisticata che vuol far vedere il suo lato casereccio (solo con l’intento celato di avere più schiavi da gestire)

Che bella mangiata con tutta la famiglia! Le cugi sono favolose! Hahaha, ora per smaltire tutto questo ben di Dio sarà un bel problema hahahaha. Io risolvo con divano e coperta! E filminooooooo (Segue foto di una vecchia, probabilmente una nonna, addobbata a giovane)

2. L’intellettualoide vago (status unisex)

Sarà che il Natale, per me, è sempre stato solo un buon momento per leggere quei libri in sospeso… E comunque, senza “Mamma ho perso l’aereo”,  non è un Buon Natale.

3.  L’incazzato, Forcone, Ribelle, Rivoluzionario, Tritacoglioni, Spavaldo e Populista (solitamente maschi)

Buon Natale un cazzo.

4.  L’eterna Principessa (solitamente femmine… solitamente)

L’importante è l’amore e io ne sto ricevendo tantissimo. Ho una famiglia meravigliosa. Vi amo tutti. E poi con il mio amore accanto tutto è perfettooooooo ti amoooooooooo. Noooooooooo domani è già finito : (

5.  Il burlone che non fa ridere

Buona Pasqua, HAHAHAHA

6.  L’Hipster

Buona Pasqua.

7.  Il Masterchef (unisex)

Antipasto di raviolini in pasta di grano saraceno con robiola, pepe e salmone, chiusi da stuzzicadenti e lievemente addolciti con vapore poi un primo di crema di zucca con radicchio rosso e fili di arancio. Per secondo, OVVIAMENTE, filetti di tonno saltati pochissimo, quasi sashimi (cazzata!), con aceto balsamico, prezzemolo, olio nuovo e pepe verde. Gewurztraminer a fiotte e tortini di marroni, cioccolato bianco e frutti di bosco. (Nessuno saprà mai se si tratta di realtà, leggenda o minchiate)

8.  Romanticismo, bestie da casa e altre disgrazie per apparire migliori senza effettivamente fare niente di concreto per meritarselo.

Festeggiamo il Natale con la consapevolezza che c’è chi sta male. Chi non riuscirà mai ad avere una calda tavola con la sua famiglia e chi non riuscirà a farsi accarezzare tra le lenzuola questa sera. Un abbraccio, il calore di una linguetta ruvida, te che mi guardi dalle stelle, ti sento nel cuore, mio piccolo cane/gatto/amico/parente più o meno stretto. Spero che un giorno tutto il mondo si possa abbracciare nell’amore del Natale.

Infine il mio preferito in assoluto.

9.  L’alcolizzato autoreferenziato

E dopo 4 prosecchi, 6 Spritz, 2 rossi buoni, 1 bianco di merda ma buono a causa dei rossi buoni, caffè corretto e ammazzacaffè, corretto. Beh, mi manca di finire il rum del bucanero (roba da 3,46€ al mercato nero) e poi posso finalmente dire: Buon Natale.

In Conclusione…

Siete libere di prendere questi status, modificarli, copiarli e incollarli in modo da evitare sprechi di tempo e aver il tutto già pronto. No, no! Non ringraziatemi, lo faccio perché sono buono, devo esserlo.

Buona Pasqua, HAHAHAHA

PS

Odio tutti quegli articoli che si vedono di recente che iniziano per: “i 10 motivi per i quali tuo padre vola strano” “i 12 punti che ti faranno comprendere la vita” “le 7 cose che non dovresti mai sentir dire” “le 8 posizioni che puoi provare questa estate senza perdere la verginità” etc etc… Li odio, li detesto, penso che siano delle offese al lettore minimamente intelligente, ecco perché il mio titolo non è: “I 9 status di Facebook natalizi che dovreste copiare”. Non lo è… Lo sarebbe dovuto essere ma non lo è. Cazzo.

Opening Party del Web Summit a Dublino – Day 3

opening party

Chi ha mai fatto un Opening Party?

 

Martedì 29/10/2013 – Dublino

Voglio iniziare il racconto del terzo giorno con un pensiero che più volte mi ha coccolato nei miei viaggi ma che non hai avuto una trasposizione scritta. Il mio pensiero va al cesso, ai cessi. Strumenti simpatici con cui, i più fortunati di noi, iniziano la giornata. Un tempio dove potersi rigenerare espellendo negatività, ricercando l’equilibrio. Solitamente il cesso è un po’ come la pasta, no? Quello di casa non lo batte nessuno e ci settimane, forse mesi, prima di dare la stessa confidenza al cesso dell’ufficio, del compagno/a, di amici e parenti. Quando si viaggia io sono solito individuare il mio “cesso in affitto”. Significa che il rapporto tra me e quel cesso particolare (sia di un hotel, di un campeggio, di un ostello o chissà cosa’altro) deve crescere velocemente fino a diventare quasi amore.

  • > La gelosia è la prima cosa che colpisce, vedere il tuo cesso occupato è un colpo al cuore. Sappiamo benissimo che il nostro cesso non è fedele alle nostre natiche, il cesso di natura è un provolone, esperto baccagliatore di chiappe si concede un po’ a tutti, promettendo amore ed equilibrio interiore. In questi casi, occhio non vede, cuore non duole.
  • > L’intimità è lo stato successivo. Quando siamo finalmente con il nostro cesso, pronti ad intensi minuti di effusioni orgasmiche, pretendiamo che nessuno ci disturbi.
  • > Dopo la passione subentra la routine. Passiamo dalla zona dei cessi e gli lanciamo un’occhiatina. Ci accertiamo che sia vuoto, che non ci sia nessuno e ci compiaciamo dell’incontro serale, arrivando a fissare orario e convenevoli come nelle migliori agendine dei manager.
  • > Infine c’è l’abbandono. Ecco, l’abbandono non è traumatico… Fatto un cesso, se ne fa un altro.

Mi sono deliberatamente dilungato su questo aneddoto perché non ho niente da raccontare fino alle 17.00, non perché sia mia intenzione censurare quanto avvenuto ma per il semplice fatto che lo posso riassumere in un paio di parole: letto, sbadigli, lavoro, e-mail, sbadigli, letto, e-mail, navigazione generica sul web (97% del tempo impiegato e nessuno sa ancora dove, nemmeno la cronologia). Usciamo dall’Avalon Hostel ed è già paurosamente buio. L’impressione di Marco, sul fatto che Dublino sia una città buia e oscura, si fa sempre più forte e indelebile, inizio ad essere d’accordo con lui, Dublino d’estate è un’altra cosa, eppure ho come la sensazione che la vera Dublino sia proprio quella della collezione Autunno-Inverno. Decidiamo di attraversare a piedi metà Dublino facendoci circa 5 km un po’ a casaccio per raggiungere la sede del Web Summit (RDS, vai alla mappa). Difficilmente, mentre si viaggia, si trova una piacevolezza migliore dell’attraversare una città a piedi. Ci si entra un po’ in intimità, ci si sofferma sulle piccole cose, si notano situazioni che non si sarebbero notate e se ne perdono altre che ci avrebbero consigliato tutti.

Dublino-2013-Day3Grafton Street è sempre piacevole da vedere, forse la si preferisce intravedere dato che una volta dentro si viene aggrediti da moltissimi negozi di dubbio gusto, marketing globale che violenta uno spettacolo locale (Act Globally Rape Locally), fatto sta che decidiamo di fermarci a mangiare ad un Burger’s King per andare sul sicuro e per limitare tempo e spesa. Una volta imbottiti ci dirigiamo verso sud per raggiungere l’RDS senza risparmiarci un paio di vialetti lungo i bui canali, resi vivi soltanto dalle frizzanti luci delle biciclette, effimere e avvolgenti. Ho la sensazione di venire investito da un momento all’altro, le sento ronzare come zanzare, le sento ma non le vedo, vedo le lucine e nulla più. Forse dal Burger’s King sarà meglio non tornarci per un po’ (Avvelenamento da paninaccio?).

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Dublino-2013-Day3-6Dopo qualche chilometro intravediamo la sede del Summit, ci sono un sacco di persone che, come formichine, gironzolano intorno un capannone, tutti con le 24 ore, appena arrivati dall’aeroporto. Non come noi che bivacchiamo come porci da 2 giorni nell’ammaliante Dublino Halloweeniana (perdonatemi il termine). Io e Marco ci incanaliamo verso i rispettivi desk divisi per lettera del cognome, e otteniamo braccialetto e badge, ci sentiamo dei fighi, facenti parte di una comunità invidiata, aggiornata, stereotipata e inventata… La sensazione dura appena 5 minuti, giusto il tempo per tornare verso l’ostello, a piedi ovviamente, e cercare di fare il prima possibile per non perdere l‘Opening Party del Night Summit che, fortuna vuole, si svolge esattamente a 5 minuti dal nostro Avalon.

2013-10-30 08.28.50Personalmente non posso certo definirmi un signore impeccabile, come invece è Marco, eppure ammetto di vergognarmi leggermente nell’asserire che il 98% dei 500 invitati all’Opening Party in Fade Steet (ci siamo rientrati per poco) sono uomini. Il restante 2% risulta difficile da collocare in una qualsivoglia enciclopedia di zoologia. Prima di arrivare a futili conclusioni vorrei far chiarezza su una cosa, a nessuno di noi, specialmente a Marco che ripeto essere un gran signore distinto e cavaliere di antichi valori, è mai passato per la testa di venire a broccolare al Web Summit di Dublino e se anche lo avessimo pensato evidentemente non eravamo mai stati ad un evento del genere. Quindi mi sento di dirlo come monito, un gran consiglio… Se siete uomini e vi piace fare i provoloni, fatevi una fiera del turismo, se siete donne e non avete paura di essere l’unica attrice protagonista di un’ammucchiata di Nerd quasi ubriachi, fatevi sotto. Detto questo, anche senza avere mire di conquista, è piacevole avere una compagnia equamente divisa per sesso, le famose quote rosa sono una necessità estetica, politica e sociale. Ecco.

Paddino (Paddy Cosgrave, il fondatore del Web Summit che tra l’altro ha la mia età, 29 anni) ha pensato bene di “affittare” un’intera via e di chiudere i 4 locali al pubblico, i contro li abbiamo analizzati, i pro invece si paventano in birra gratis, entrata gratis e una miriade di gente pronta a conversare avidamente utilizzando la frase chiave “Hey Guy, tell me about your story“. Marco si invaghisce professionalmente di un Pakistano col turbante a cui chiede, convinto, se si trattasse di un programmatore (poiché secondo lui tutte le persone che si stirano la schiena in pubblico lo sono). Lui risponde di no, anzi, risponde che ha un dolore alla schiena e la conversazione termina lì, senza troppe emozioni, senza troppo imbarazzo. C’è giusto il tempo, da parte di Marco, di intuire il lavoro del tizio che sembra aver a che fare con le scimmie : “mi ha detto monkey, forse seamonkey” disse Marco. Incontriamo altri tizi generici tra cui londinesi, dusseldorfiani, californiani, indiani… Evitiamo come la peste gli italiani e non chiedeteci il perché. La serata scivola via tra chiacchiere e birra, tutti quanti a rimarcare l’assenza del gentil sesso, qualche programmatore, evidentemente impazzito, lo abbiamo visto ballare sulle note di dirty dancing, in molti però, erano palesemente intenti a fare PR (public relationship). Sembravano conoscersi tutti quanti da una vita… Io e Marco abbiamo dunque capito di essere timidi, meglio tardi che mai.

opening party dublinoI locali sono molto carini, lo stile è un misto tra il radical chic e il nouvelle product designer, si respira creatività grunge e sciccheria da hipster, ecco non sapevo come raccontarveli, purtroppo i nomi dei locali non me li ritrovo ma se andate in Fade Street non potete sbagliarvi, ci sono altro che quelli.

Tra una birra e l’altra pensiamo al nostro piano d’evasione che ha compimento verso mezzanotte, il risultato è un paninaro di una deserta Temple Bar. Incassiamo il colpo, capiamo che i party tra nerd non sono niente di più di un party pieno di nerd e ce ne torniamo a casa, con il panino del paninaro della desolata Temple Bar che ci dilania le interiora.

Hasta la Proxima (Finalmente parte il Web Summit)

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Turisti a Dublino – Day 2

turisti a dublino

Turisti a Dublino come se ci fosse un domani

 

Lunedì 28/10/2013 – Dublino

Non c’è niente di meglio che iniziare la giornata di prima mattina, freschi, rafforzati nell’animo e nelle intenzioni per visitare una delle capitali più belle d’Europa. O meglio, non ci sarebbe di meglio se e solo se, ce ne fregasse qualcosa di fare i turisti a Dublino. È vero, non è elegante fare i menefreghisti, non è assolutamente elegante e qualcuno potrebbe pensare che sia pure di cattivo gusto. In effetti ci ho pensato su, ci abbiamo pensato su e abbiamo deciso di fare i turisti a Dublino (che ho sempre il terrore di scambiarla con Berlino e non chiedete perché, grazie). Ci alziamo ad un orario vergognoso, oltre ogni orario di pranzo concepito nel mondo e scendiamo per strada, come vomitati da una madre stufa e stizzita.

avalon hotel dublino Diamo un rapido sguardo al nostro ostello/hotel (ancora facciamo difficoltà a coglierne l’essenza), ci sentiamo catapultati dentro una serie televisiva americana, molto vintage, molto calda, molto fatta da mattoncini e decido che questa tenera sensazione plasmerà il filtro di Lightroom che userò su tutte le foto scattate con la reflex. Prometto a Marco di portarlo presso il più famoso Fish & Chips di Dublino, il Leo Burdock’s, faccio mente locale e mi pare di ricordare che fosse effettivamente il più buono di tutta Dublino perché, quando venni a Dublino 3 anni fa, con annessa (ex)fidanzata, facevo molto caso a tutte quelle cose che trovi dentro le Lonely Planet e affini. Non saprò mai se effettivamente il pesciaccio fritto di Leo sia effettivamente il più buono di tutta Dublino, però ci devo credere e o devo fare con tutto me stesso, perché viviamo di queste piccole certezze da rivendere a parenti ed amici che a loro volta le utilizzano per fondare le loro, di certezze. Una continua diarrea da gatti, continua, infinita, convenzionalmente utile. Poche storie, è un Fish & Chips, andiamo, paghiamo (24€ 2 salmoni con patate, salsa all’aglio, aceto e 2 lattine) e cerchiamo rifugio presso la Church od Christ poco vicino. L’amorevole religiosità dei tizi che gestiscono il pratino della struttura beata ci rigetta verso uno strano e moderno edificio, apparentemente protetto, si rivela essere completamente esposto alle gelide lame ghiacciate del vento di Dublino, ingurgitiamo il nostro malloppo fritto e ci facciamo riscaldare dall’amore dell’unico piccione individuato a Dublino. A proposito, non ci sono gatti! Non esistono i gatti a Dublino! Chi, per favore, avesse individuato o fotografato un gatto randagi a Dublino è pregato di spedire il tutto a noncicredo@lotrek.it allegando l’IBAN per un versamento istantaneo.

fish and chips dublino

Dublino-2013-6Il sole ci illude, il vento ci distrae, Dublino ci piace perché è una città come ti aspetti, Dublino è perfetta per essere Dublino, non potrebbe essere nessun’altra città, assolutamente. Mi diverto ad osservare Marco alla sua prima vera esperienza all’estero e rivedo in lui, con tenero sguardo materno, il ragazzino che ero quando iniziavo a prendere i miei primi aerei, con molti meno peli però. Carichi di fritto, mi prendo qualche minuto per tenere a bada, con una sigaretta, il burrito da incubo della sera precedete che vede di cattivo gusto l’arrivo del salmone impastellato. Faccio un rapido viaggio nel tempo, per tornare a quando ero un esperto della guida Lonely Planet di Dublino e proietto me e Marco attraverso le principali attrazioni della città, il risultato è la scontatissima Guinness Storehouse che mi era mancata nella prima visita dublinese (avevo optato per il whisky)

Dopo un paio di chilometri arriviamo nel quartiere della Guinnes, non prima però di lasciarsi tentare da un cortile depresso di una sorta di scuola materna depressa. Marco si fionda subito sullo scivolo e ci accorgiamo solo dopo qualche istante che un bambino inizia a scacciarci con dei sassi.

Dublino-2013-9Ci allontaniamo con la faccia di chi ha appena pisciato in un’aiuola di una villetta rispettabilissima e ci dirigiamo verso il lager della Guinness. Mentre ci avviciniamo notiamo il filo spinato, altro filo spinato, mura nere, filo spinato, bocchettoni che vomitano vapore e tutto ciò che si può paragonare a cose tristi e oscure. Dublino è anche questo, soprattutto questo.

guinness dublinoInizia quindi la nostra avventura nel tempio della birra scura dublinese, con un dazio di soli 16€ a cranio entriamo nel nostro personale inferno dantesco proiettto verso l’alto, ogni girone ospita una sua differente tragedia riepilogabile in questo breve schemino:

  1. Il Girone del Commercio (qui puoi solo comprare roba marchiata Guinness e latine di Coca-Cola
  2. Il Girone degli ingredienti della Guinness, si caratterizza per una simpatica fontana gelida in cui, persone intelligentissime, continuano a gettarvici monete, sperando di incontrare gli improbabili favori di una qualche divinità pagana del luppolo
  3. Girone generico pieno di video e di costrutti fasulli che cercano di spiegare come viene creata la Guinness
  4. Uno dei nostri preferiti, il Girone del Marketing. Di questo girone ricordiamo solo dei quadri parlanti che non fanno altro che ripetere una cosa: “La Guinness è una birra equilibrata e fortemente armonica da assaporare in tutte le nazioni del mondo, adatta a tutte le culture, si contraddistingue per il suo essere fortemente armonica ed equilibrata”
  5. Il Girone dei golosi e dell’Arpa magica da suonare senza toccarla (c’è una specie di laser con cui interagire ma non capiamo la connessione tra Arpa e Birra). Inoltre, ci gettano in una stanza ripresa dalla Fabbrica di Cioccolato, tutta bianca, incredibilmente bianca e piena di vapori che odorano vagamente di orzo tostato. Ci offrono uno shot di birra e brindiamo al Dio pagano della birrosità, con molto entusiamo, molto.
  6. il Girone del cesso.
  7. Il Girone di Icaro. Siamo al Gravity Bar, ci scoliamo la nostra agognata pinta di Guinness all’ultimo piano dell’inferno e ci gustiamo un discreto panorama dall’alto del nostro gelido inferno.

Un po’ di foto in gruppo per rendere meglio l’idea:

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Dublino-2013-10

Dublino-2013-12Usciti dal costoso inferno decidiamo di passare qualche ora girovagando per Grafton Street, facendo finta di essere interessati a qualche acquisto di classe. Passiamo così quelle ore che ci dividono dalla ricerca della Cena. Quando si viaggia, il pranzo e la cena vengono vissuti come momenti di desiderabile sicurezza. Sono quelle situazioni che aspetti con un minimo di ansia perché in grado di scandire la giornata e di fornirti quella giusta dose di soddisfazione da turista (ho camminato molto, ho fatto quello che dovevo fare, me la sto godendo) che ti fa stare un po’ meglio con te stesso. Decidiamo di risparmiare ed entriamo in un supermercato. Non sto a raccontare gli attimi di panico che hanno caratterizzato i nostri acquisti. Mi limito soltanto a mostrarvi una foto del bottino che abbiamo ingurgitato con immenso ripugno nella cucina dell’ostello: Rum, Oreo, Tris di Humus di ceci, salmone affumicato, prosciutto nero, salame milanese, pane (senza glutine, non l’abbiamo fatto apposta) alla castagna, macedonia acida, il tutto servito su un servizio di piatti impeccabile. Da gran signori, e da gran signori ce ne andiamo a dormire, rimandando all’indomani l’uscita mondana.

cibo marcio dublino

Hasta la proxima.

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Dublino – Diario di Viaggio in Irlanda – Day 1

Un Diario di Viaggio in Irlanda in occasione del Web Summit 2013 di Dublino

 

Domenica 27/10/2013 – Pisa/Dublino

Sulla partecipazione della mia Web Agency, Lotrek, al WebSummit 2013 di Dublino, ne ho già discusso in questo articolo che vi invito a leggere, nel caso vi piacciano gli inviti. Quindi cosa dovreste aspettarvi dai miei racconti di viaggio? Molto semplice, un normalissimo diario di viaggio in Irlanda che diventerà improvvisamente palloso nei due giorni di Web Summit (30/31 Ottobre). Spero comunque di riuscire a scrivere cosette decenti nonostante a molti di voi, del Web Summit 2013 di Dublino, non gliene potrebbe fregare di meno…

Gli ingredienti sono i soliti del Diario di Viaggio in Scozia. Quindi: scrittura in tempo reale, molti errori grammaticali (dettati dal fatto che scrivo e pubblico perché non ho tempo di revisionare, non perché sono un cialtrone eh, no… già), le fotografie scattate col mio fedele Fisheye e postprodotte col mio fedelissimo Lightroom istallato sull’ancora più fedele Samsung L9 (un ultrabook carino e leggero con una decina d’ore di batteria). A differenza dell’ultima esperienza però, non viaggerò da solo ma mi poterò dietro Marchino, il capo programmatore di Lotrek che ha come caratteristica quella di non aver mai messo piede fuori dall’Italia (ad eccezione di Lloret del Mar ma potete convenire con me sul fatto che non conti assolutamente). Ovviamente i viaggi non possono partire senza la compagnia di bandiera per eccellenza, quella che sfrutta l’aggressività del marketing fino a farlo diventare un mostro spietato, quella compagnia che riempirebbe di banner anche il confessionale della parrocchietta del paesino… beh, ovviamente parlo di Ryanair.

diario di viaggio dublinoPigiati come sardine e accaldati come sardine in un aereo Ryanair decolliamo alla volta dell’Irlanda, paese della Guinnes, della Torba, del Calcio Gaelico e di un sacco di altre cose che non conosco. Dopo poco più di un’oretta e mezzo arriviamo a Dublino, sono a malapena le 6.30 e l’Iralanda ci accoglie col suo inconfondibile sole di tardo pomeriggio

irlanda dublino 2013Come spesso succede in questi casi, il primo obiettivo è quello di raggiungere l’Hotel per ricrearsi, nel più breve tempo possibile, una base calda e accogliente in cui rifugiarsi dai dubbi del viaggio. Scendiamo ad Edward Street, a pochi passi dalla Main Hall di Dublino e Temple Bar, attraversiamo di fretta Grafton Street (avrò modo di fare da guida turistica per Marco) e a pochi passi dall’Avalon Hostel (il nostro obiettivo) succede questo:

Bambino biondo occhialuto da un volantino a Marco.

M: No, no.

Bambino biondo occhialuto: Yes!

M: ok.

L’unico modo che ho per farvi capire la cattiveria di questo bambino sarebbe quello di aver ripreso tutto. Non avendolo potuto fare immaginate una guarda SS, donna, con problemi di competizione con le altre guardie SS donne, che ha appena perso su un complimento e che trova un inerme larva curiosa e boccheggiante su cui liberare la propria frustrazione. Bene, Marco ha un volantino sulle feste domenicali della chiesa, e non ne va orgoglioso.

Entriamo all’Avalon, un Ostello abbastanza grosso e abbastanza vicino alla Dublino che conta (per noi). Marco si dimentica il codice con cui avrebbe dovuto pagare il soggiorno, dopo 5 minuti di inutile ravanare nel portafoglio esce un rimasuglio stropicciato, ovviamente quel rimasuglio ha il codice per pagare. Le gocce di sudore, estremamente fredde, cessano di inondare la camicia di un agitatissimo Marco e ci dirigiamo con le nostre belle tessere magnetiche, che non funzionano, nella camera che ci ospiterà per 6 giorni. Purtroppo scendiamo al piano terra per farci rendere tessere magnetiche funzionanti; una funziona, l’altra no. Ci accontentiamo ed entriamo.

Nonostante l’uso del Fisheye appare abbastanza evidente che ci hanno infilati in un buco, vuoi per le nostre esigenze economiche vuoi perché ci adattiamo come le blatte, ci installiamo nello stanzino e ci prepariamo ad uscire: destinazione Temple Bar, il quartiere della movida Dublinese (o comunque movida da turisti) con annessa cena. Sfrutto l’occasione per far vedere un pezzo di Dublino a Marco che non risponde ai miei atteggiamenti da guida turistica. Non risponde perché passa tutto il tempo della nostra camminata ad osservare, come solo un maniaco imbevuto di signorilità può fare, ragazzotte cicciottose in reggicalze e mantelline da super eroine. Ne è affascinato, io lievemente disgustato. Vediamo, infine, una tizia presumibilmente vestita da personaggio di Peter Pan, forse era quel personaggio che si è mangiato tutti i bimbi sperduti, Peter Pan, un centinaio di campanellini e ha dato un morso anche a Spugna, o forse no. Detto questo, arriviamo alla comune conclusione che Halloween viene celebrato anche prima di Halloween, se la godono così. La fame si fa comunque sentire ed il richiamo di un posticino messicano vince su tutte le altre proposte culinarie.

Il Pablo Picanté è modesto, economico e si fa portatore di una salsa, denominata “La pesadilla de Pablo” (L’incubo di Pablo). Non posso non provare questo strazio di piccantezza acuminata, al minuto 23 gorgheggio in maniera vergognosa verso la signorina alla cassa, implorando dell’acqua, piangendo, contorcendomi. Ottengo l’acqua desiderata che ovviamente non mi tranquillizza e capisco che rimarrò tutta la sera con lo stomaco in fiamme a cercar di spegnere l’inferno con la Guinnes. Marco in tutto questo se la ride con il suo Burrito vegetariano poco piccante.

Dopo cena, facciamo qualche passo, in cui io mi diverto a far finta di essere un Drago senza avere la particolarità di sputare fiamme ma solo di averle al proprio interno. Sto male, patisco molto, ma Dublino è anche questo. Scansiamo un paio di chiazze di vomito e ci fiondiamo in un Pub dall’aspetto gioioso e dall’interno mortifero.

Il nostro obiettivo è raggiunto, ci rilassiamo con un po’ di birre molto costose con una gradazione alcolica molto bassa, buttiamo via 15€ in una vodka Redbull senza Vodka, Marco rischia di essere pestato da un omone enorme vestito da Joker (senza apparente motivo, sia il pestaggio sia il travestimento al limite del ridicolo) imprechiamo insieme per i costi spropositati e per la mancanza di alcool nelle bevute alcoliche (c’è più gusto ad imprecare in coppia) e ci rotoliamo verso l’Avalon Hostel, gorgheggiando burritos infiammati e adocchiando posticini per una possibile pisciata che non avverrà mai, o quasi (alla faccia tua guardia Irlandese).

Torniamo all’Avalon, tentiamo di entrare nel nostro sgabuzzino senza inciampare. Inciampiamo entrambi e ci ritroviamo a ronfare con poca dignità aspettando il 28 di Ottobre e l’avvicinarsi del Web Summit. Hasta la proxima.

Filippo

Il Participio passato di Esigere – Capitolo 2

banchi scuola

banchi scuola

Tutta la classe rimase in silenzio per quasi 10 secondi. Michele guardò fuori dalla finestra, avrebbe voluto essere quel passante che si affannava a rincorrere un autobus che era già partito. Avrebbe voluto veramente arrabbiarsi per aver perso quell’autobus.

“Non è possibile che qualcuno pensi di sfidare un professore con una banalità. Non è possibile che si dia importanza a una singola particolarità e si ignori tutto il resto. Non è possibile che il solo tentare di scalare una vetta, sia anche solo per qualche istante, possa dare un’orgasmica soddisfazione” Pensò.

Sartri lo continuava a fissare. Era convinto di vedere, negli occhi cerulei del ragazzo, un inizio di orgasmo. Tornò alla cattedra e si sedette sulla scomoda sedia, sorrise acidamente, toccandosi i baffi, ora la barba corvina, strappandosi qualche pelo, sistemandosi gli occhiali. Scosse la testa, non una ma tre volte, alzò lo sguardo verso Sartri. “Mancano 5 minuti, la prossima volta vediamo se riesco a farvi scrivere qualcosa su questa roba”, si leccò l’indice e, sfogliando il libro ingiallito, indicò le pagine da leggere. Non utilizzava i libri nuovi, quelli che avrebbe dovuto comprare in base agli accordi con i rappresentanti i quali gli avrebbero riconosciuto una percentuale da contrabbandiere sui volumi venduti ai propri studenti. Non gli era mai importato dei soldi ma degli stronzi e dei libri sì, molto. Gli piaceva quando la carta profumava di polvere, amava la porosità dei fogli più sottili e altrettanto taglienti.Il libro era uno strumento perfetto per masturbarsi o forse era la masturbazione in sé ad essere perfetta, se fatta attraverso un libro, oppure un libro aveva molto più senso di un orgasmo perché durava di più ovvero tutto questo pensare a libri e alla masturbazione era solo un modo come un altro per non pensare a quella domanda. D’altronde a cos’altro dovrebbe servire la masturbazione se non a smettere di cercare risposte ad insistenti domande?

Diego Sartri era un ragazzo normalmente anonimo. Si trastullava nella sua timidezza, fantasticando sul momento in cui qualcuno avesse avuto interesse verso la sua timidezza. Non si chiedeva quale potesse essere il motivo per il quale qualcuno avrebbe dovuto provare interesse per la sua timidezza, era troppo insicuro per cercare una risposta e troppo timido per cercarla attraverso delle domande. Aspettava e basta. Era convinto che, prima o poi, qualcuno si sarebbe chiesto del perché non avesse molti amici o non parlasse con molte ragazze o non si facesse vedere nei posti dove in molti, alla sua età, si fanno vedere. Continuava a considerare la propria esistenza come speciale, pur senza preoccuparsi del fatto che non lo fosse. Avrebbe aspettato, pensava Diego. Il solo fatto di esistere e di aver studiato, vissuto, letto, sognato delle cose, faceva di lui un ragazzo convinto della propria esistenza ma troppo svogliato per raccontarla agli altri. Ne conosceva tanti, che a differenza di lui, emanavano la propria presenza con forza, cattiveria, sicurezza, insicurezza, molta patetica arroganza e, a volte, genialità estemporanee. A Diego non piaceva questa gente, semplicemente non la riteneva interessante, pur invidiandola per il fatto che in molti la ritenessero interessante. Questo era Diego Sartri, un ragazzo che, se non fosse stato divorato in ogni sua parte, sarebbe probabilmente diventato un giornalista che, per mantenersi, avrebbe venduto panini scadenti in qualche catena di fast-food di panini scadenti, serrando i denti, agitando i pugni, ripetendo a voce bassa “un giorno mi scoprirete e ne rimarrete abbagliati” e finendo inesorabilmente per varcare i 30 anni senza aver fatto altro che preoccuparsi di essere considerato, non riflettendo sul perché avrebbero dovuto considerarlo. Diarrea da gatti.

Diego aveva ancora il cuore a mille, sentiva il sapore dell’adrenalina ancora lungo la lingua, la saliva era salmastra, piacevole da deglutire. Nonostante il Professore continuasse ad ignorarlo, sapeva di aver fatto qualcosa. Finalmente qualcosa di visibile; si guardò intorno ma i suoi compagni non sembravano condividere con lui la sua temporanea conquista. Era troppo eccitato per accorgersene, percepiva i vasi capillari che si stringevano attorno ai suoi occhi, era una sensazione bellissima, quasi come la prima sbronza ma senza vomito. Attese inutilmente la  risposta del Professore. Arrivò prima l’assordante suono della campanella e l’ancor più assordante caos liberatorio dei suoi colleghi studenti. Vide nitidamente nella sua mente un ammasso di carta risucchiato da un potente sciacquone e subito dopo l’acqua, pulita, tornare a riempire il cesso. Pensava di aver perso. Si sbagliava tremendamente.

Michele corse in sala professori, entrò, non c’era nessuno, solo quello di Chimica che dormiva ma lui era sempre lì. Salì su una sedia pateticamente uguale a quelle che si trovano nelle regge del ‘700 ma senza essere pregiata. La sentì scricchiolare ma ci fece poco caso mentre, con sicurezza, spostava una pesante enciclopedia. “Cosa stai facendo Michele?” Quella voce lo fece barcollare ma solo internamente. “Niente che ti riguardi” rispose Michele scendendo goffamente con una bottiglia di rum scuro in mano. “Come si dice? bevo per dimenticare” Rispose con un sorriso irritato. Margherita continuava a fissarlo con lo sguardo di chi, purtroppo per sempre, aveva smesso di aver voglia di conoscere Michele. “Sei tutto polveroso” Disse lei agitando i palmi delle mani. “Questi ragazzi sono sempre più inutili, dovrebbero bere un po’ di rum, giusto un po’ ma senza altra roba zuccherata, non servirebbe a niente”.

Margherita era alta, bruna, capelli corti, occhi color di miele, naso morbido e sguardo tragico, portava i tacchi in quante più situazioni possibili. Insegnava francese perché quella di francese era continuamente in mutua per un presunto esaurimento nervoso che coincideva sempre con un altro presunto attacco virale di quello di algebra, il vice-preside. In realtà Margherita il francese non lo conosceva più dei ragazzi a cui lo insegnava ma questo, i suoi ragazzi, lo ignoravano, perché di lei avevano paura. Padre medico, madre insegnante, aveva vinto la madre, per il rammarico del padre (che in realtà avrebbe voluto un maschio), non aveva mai guardato oltre la sua città, non aveva senso poiché aveva già deciso tutto, l’unica cosa che non capiva ma che aveva smesso di cercare di capire era Michele. Non perché fosse strano, alternativo, sgangherato, insofferente, sofferente… Perché la volta in cui fecero sesso a lei piacque molto, iniziò addirittura a pensare che avrebbero potuto rifarlo, molte volte ma lui con un semplice sguardo perso fuori dalla finestra a fissare delle auto svogliate, mentre si rivestiva, le fece intendere che non aveva capito niente. Odiava non capire. Aveva studiato matematica.

Michele ci fece sesso una volta, a volte si masturbava ripensando a quella scopata, altre volte scuoteva la testa ripensando a quella scopata ma sempre ripeteva a se stesso “non ha senso, non ha mai senso niente”. Continuava a ricordarsi il momento in cui, uscendo di casa, chiudendo delicatamente la porta, lei si alzò rapidamente dal letto senza riuscire ad impedirgli di chiudere la porta e scendere le scale. Lui aveva sentito i suoi passi sul pavimento, aveva sentito le sue mani sulla porta, aveva sentito il suo sospiro titubante e tutte queste cose non facevano altro che fargli venire voglia di una sigaretta, mentre scendeva le scale, mentre spariva, per l’ennesima volta, da se stesso.

“Che ti è successo?”
“Niente”
“Continui ad essere annoiato della tua vita?”
“Non ne vedo tante altre, ormai ho smesso di annoiarmi”
“Quando prendi il rum è perché non sai che fare”
“So cosa fare”
“Cosa vuoi fare?”
“Uccidere un ragazzino”

Margherita si mise a ridere. Quello di chimica si svegliò, guardò l’orologio e tornò a ronfare sulla poltrona.

“Finalmente hai una reazione umana… Che carino che sei”
“Che significa?”
“È la prima volta che ti vedo provare un’emozione per qualcuno dei tuoi allievi”
“Non è vero. Provo un sacco di emozioni per i miei allievi, tutte apatiche ma le provo”
“Non fare lo scrittore con me e dimmi cosa ti è successo”
“Non hai lezione?”
“No, ho un’ora libera”
“Bene, dovresti impiegarla a ripassare qualche frase di francese, ti farebbe comodo”

Margherita si alzò sui tacchi, lo guardò molto male, nel modo in cui si guarda qualcuno che merita di essere redarguito, aspettò la sua risposta. Michele distolse lo sguardo, odiava essere minacciato da quegli occhi. La ragazza era insignificante, piatta, senza ambizioni, già vista, già vissuta, già letta ma quegli occhi, loro no. Loro erano strani, interessanti, a volte sconvolgenti e questo, Michele, lo detestava sopra ogni altra cosa.

“Si chiama Sartri, mi ha fatto fare una figuraccia, mi ha chiesto un participio passato… Io non ho risposto”
Margherita rise senza esserne troppo convinta “Ma come, ti fai mettere sotto in questo modo? Mi sarei aspettata qualcosa di meglio da lei, Camussi”
“Il participio passato di esigere, ecco cosa mi ha chiesto”
“Beh, ma è semplice… È…”

Michele le serrò la bocca con la mano sinistra, la fissò negli occhi, le si avvicinò all’orecchio sinistro “Non ti azzardare, nemmeno a pensarlo” finì il bicchiere con la mano destra, aumentò la presa con la sinistra, ripose il bicchiere sul tavolo di vetro, con forza, facendo svegliare quello di chimica. Lasciò la presa e uscì dalla sala.

Margherita si ricompose, prese il dizionario di francese ed iniziò a piangere.

“Professore, scusi”

Michele fece finta di niente e continuò a camminare lungo il corridoio con la sigaretta spenta in bocca.

“Scusi, Professor Camussi” Il ragazzo toccò la spalla di Michele.
“Uh, cosa c’è Sartri?” Rispose distrattamente Michele, iniziando a toccare la sigaretta con insistenza.
“Mi volevo scusare per la brutta figura che le ho fatto fare prima in aula, era solo uno scherzo, spero non se la sia presa”
“Di cosa stai parlando Sartri?”
“Di quella domanda… Quella che le ho fatto”
“Torna in aula Sartri, hai francese”
“Era come pensava?”
“Cosa?”
“La risposta”
“A quale domanda?”
“A quella che le ho fatto”
“Me ne hai fatte troppe, ora devo andare a fumare”

Mentre Michele guadagnava metri verso la porta finestra che dava sul cortile, Diego si fermò, di scatto.

“Il participio passato di esigere, professore, è andato a vedere sul dizionario la risposta?”

Michele si girò per un istante, vide un ragazzo che rideva, che pensava di essere importante, che pensava di poter raccontare ciò che Davide aveva fatto a Golia. Sentì molta rabbia, troppa, ebbe paura, acuì lo sguardo. Uscì fuori e si accese la sigaretta. Stava tremando, tremando forte. Marco, il bidello svogliato, lo vide, gli chiese se fosse tutto a posto. Si accese una sigaretta, diede uno sguardo a Diego che li fissava dietro la porta finestra, sbadigliò e salutò Michele, dondolando verso la sua scrivania incastonata nella muffa.


“È successo un casino le dico! Deve venire subito al liceo, è di vitale importanza! Si muova!”

Michele riattaccò la cornetta, sbadigliò, era il suo giorno libero ed erano le 7.00 di mattina, non aveva voglia dell’ennesima riunione straordinaria per decidere chi, dei professori, avrebbe avuto l’onore di portare una classe in vacanza, sapeva che sarebbe toccato al vice-preside e alla vera insegnante di francese e a lui andava bene in quel modo. A lui andava bene tutto. Prese il cellulare, quasi per sbaglio, lesse un messaggio di Margherita.

“L’hai fatto davvero?”

Richiuse gli occhi. Il telefono riprese a squillare. “Se non viene qui entro 10 minuti la licenzio” “Non può licenziarmi, sono un precario” “Un precario che non troverà mai una cattedra, si muova Camussi, per l’amor di Dio, è una vera disgrazia!”.

Era d’accordo sul fatto che le riunioni straordinarie fossero una disgrazia ma era stupito del fatto che anche il Preside lo pensasse. Si sciacquò, bevve del latte scaduto da poco, scese le scale, tornò in casa almeno tre volte per prendere oggetti importanti che si era scordato per almeno tre volte.

La scuola era silenziosa, sembrava ci fosse qualcosa di strano, un senso di piacevolezza lo accolse nel solito immenso ingresso.

“Si muova, si muova” Il Preside si avvicinò a Michele, era sudato e aveva una voce che pareva soffocata da un pezzo di pane.
“Che succede? Cos’è tutta questa fretta?”

Il Preside non rispose, lo portò dentro l’aula Magna, c’erano tutti. Anche quella di francese con quello di algebra, il vice-preside. C’erano tutti i bidelli, quello svogliato, quello con i problemi, quella con tre figli, quella straniera, quello vecchio e tutti quelli che lavoravano in segreteria, che sembravano tutti identici. Incrociò lo sguardo di Margherita. Rabbrividì, avrebbe voluto bere del rum.
Si sistemò insieme agli altri, iniziò ad osservare da prima l’impacciato Preside che provava ad attirare l’attenzione su di sé, poi i volti di colleghi, bidelli e altri esseri umani presenti in quella sala. Erano tutti molto bianchi, nervosi, tremolanti, a parte Margherita che sapeva sempre cosa fare.

“Non c’è molto da spiegare, ora siamo tutti ed arriviamo al punto” Si asciugò la fronte con la mano già umida “Se viene fuori adesso che ci sarà il giorno del controllo del nono Dicastero succederà un gran casino, dobbiamo tutelarci, capite? Dobbiamo proteggerci. Abbiamo sempre meno fondi, sempre meno aiuti, sempre meno possibilità, non possiamo mollare ora. No, no. Dobbiamo tenere duro” si asciugò il collo con una mano già umida “Per forza, dobbiamo far finta di niente, per qualche giorno, giusto per organizzare il tutto, è la soluzione migliore, sì, è la soluzione migliore”.

Michele alzò la mano e senza aspettare che il Preside gli concedesse la parola fece una semplice domanda “Cos’è successo? Perché siamo qui?”
Quello di chimica, un omone peloso con baffi tagliati male che amava dormire, lo guardò con area di rimprovero “Diego Sartri, hanno trovato la sua testa in aula, il suo torace è nei bagni delle femmine al secondo piano, il braccio destro era nel mio laboratorio, il piede sinistro nella sala professori e Dio solo sa dove sono gli altri pezzi”
Michele non rispose, fece finta di niente, si mise a sedere, erano tutti in piedi e non poté fare a meno di rabbrividire ancora una volta, incrociando lo sguardo di Margherita. “Chiamiamo il corpo di sicurezza, no?”

Il Preside lo interruppe “No! Non la possiamo chiamare la sicurezza! Chiuderebbero la scuola per giorni, succederebbe uno scandalo, saremmo tutti a casa, senza futuro, senza aiuto forse ci esilierebbero tutti… Tutti! E lo sapete bene che ora è così che funziona.”

Michele, Margherita, quelli che lavoravano in segreteria, i bidelli, quello di spagnolo, quella di educazione fisica, quello di inglese che faceva anche geografia e quello che si doveva ancora laureare che faceva arte, religione, diritto pubblico e quando serviva, aiutava a mettere a posto i computer polverosi… Pensarono tutti a quel giorno. “Il Crollo” così lo definirono i giornali. Tutto era finito, i soldi erano spariti, le aziende prosciugate o acquistate da macro gruppi i cui capitali corrispondevano al 90% della ricchezza mondiale, la politica aveva perso il controllo, le banche lo avevano ripreso col sangue di molti, la guerra che nessuno voleva iniziare stava infiammando paesi lontani facendo aumentare i costi e contare i morti. Si iniziò a vendere i grandi monumenti, le bellissime spiagge, le favolose montagne, ora i laghi, poi i fiumi, infine le città. Poi quei soldi smisero di valere, saltò lo stato, si liberarono le regioni, vecchie monete tornarono dalla tomba, vecchie leggi vennero riesumate, sulle costituzioni ci venne vomitato sopra. Tutto, in effetti, aveva iniziato ad avere molto poco senso.

Continua…

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Il Participio passato di Esigere – Capitolo 1

il participio passato di esigere

IL PARTICIPIO PASSATO DI ESIGERE

L’illusione di rinnovata energia, una scarica da defibrillatore, se ne andò senza destare troppo scalpore. Cuscino, letto, calore e ancora cuscino, saliva posticcia. L’emulazione del grembo materno era utile a sconfiggere ogni misero tentativo di inizializzare il proprio sistema motorio ed alzarsi dal letto per iniziare una nuova giornata. Una nuova giornata. A Michele piaceva la parola “nuova”. La trovava una deliziosa presa per il culo da parte di tutte le cose che lo riguardavano, come il mondo, la storia, la filosofia, le parole della gente. Tutto aveva sempre meno significato ed allo stesso tempo, le cazzate, diventavano fondamentali per unire la parola “nuova” con “giornata”. Ne abbiamo vissute molte di giornate eppure continuiamo a viverle commettendo gli stessi errori, duplicandole in serie, un macabro omaggio alla produzione di massa.

Era molto difficile, per Michele, alzarsi la mattina affrontando tutti questi massicci pensieri. Il motivo per il quale preferiva stare a letto lo si trova nella poca voglia, da parte di Michele, di parlare con se stesso, troppa fatica, troppa pigrizia, troppa paura di entrare in argomenti troppo seri. La relazione andava bene così, non si facevano troppe domande, viaggiavano sempre insieme, ogni tanto si lasciavano andare a del buon sesso senza però entrare troppo in intimità. Sia Michele che se stesso sapevano cosa volevano l’uno dall’altro e sapevano quale argomento di discussione avrebbero dovuto sempre evitare. Patti chiari, esistenza lunga.

Capelli lunghi, castani, lisci, a volte raccolti, a volte no. Occhiali tondi, grossi, vecchi, con un po’ di nastro a tenerli uniti, un nastro adesivo marrone, da pacchi. 32 anni a Dicembre, questa cosa di essere nato a Dicembre lo metteva continuamente in crisi dinanzi a conversazioni del tipo “quanti anni hai?” “Eh ma di che millesimo sei?” “Quindi sei entrato nei 33”. Si sforzava ma gli faceva male la testa. La testa gli faceva spesso male ma mai avrebbe ceduto a pasticche, pillole e altri medicinali. Non perché fosse un combattente del sistema ma piuttosto, perché il costo di questi surrogati di felicità lo faceva sobbalzare pensando alla cifra che avrebbe potuto convertirsi in rum o in libri brutti trovati ad un mercatino dell’usato. Ed ecco che il suo rimedio era “dell’acqua con un po’ di limone, grazie”. Laurea in Filosofia, dottorato in Filosofia Teoretica ed amore profondo per Platone, Parmenide, Calogero e il Capitano Kirk. Michele non amava radersi, la sua barbetta scura, con lievi sfumature rossastre cresceva in maniera caotica sulla sua faccia pulita. Una volta si rase per il compleanno di sua nonna e non lo fecero entrare in casa, sicuri che si trattasse di un venditore di aspirapolveri. Odiava non sembrare se stesso. Aveva gli occhi scuri e spenti.

Solito corridoio, soliti bidelli imbalsamati nella loro ingenua esistenza, solito implacabile orologio elettronico ad intermittenza, soliti studenti forcaioli titubanti, indecisi se entrare o meno. Il Preside dondolava per i corridoi fermandosi spesso a raccogliere sigarette, ad annotarsi graffiti, cedimenti strutturali, episodi di pigrizia sul lavoro e tutte quelle cose che potevano dargli soddisfazione. Michele sapeva come evitarlo, gli sarebbe bastato fare qualche corridoio in più, passando dalla sede distaccata che portava alla palestra che attraverso il magazzino dava sull’aula magna la cui seconda uscita riportava davanti all’ufficio del Preside. Un ufficio sempre vuoto, al piccolo, grasso, ansimante, sudato e ansioso preside non piaceva stare in ufficio. Questo Michele lo sapeva, avrebbe saputo come entrare in classe senza informare il Preside del suo ennesimo ritardo. Non ne valeva la pena, tutto aveva poco senso, se non l’avesse fermato quel giorno, sarebbe successo un altro giorno e così via. Ogni “nuova giornata” come le altre.

“Professor Camussi, lei è in ritardo?”

“Uh? Salve signor Preside”

“Non mi ha risposto”

“Se le rispondo faccio tardi per entrare in aula”

“Ma è già tardi?”

“Lei dice?”

“Io Dico”

“E cosa dice?”

“Mi sta facendo perdere tempo, Camussi”

“Anche lei lo sta facendo perdere ai miei studenti, Egregio”

“Se ne vada”.

Michele scosse la testa, troppo, troppo, troppo facile. La vita era uno sbadiglio. Entrò in aula, fece una smorfia. C’era puzzo di adolescente là dentro, putridi adolescenti eccitati di continue nuove giornate. “Bessi apri queste cazzo di finestre che c’è puzzo di capra”. Michele si mise a sedere senza guardarli in faccia. Quando gli arrivò la lettera che lo informava della temporanea assunzione come supplente presso il Liceo Classico della sua città fu felice. La felicità durò poco più di 10 minuti, Michele era una persona intelligente.  Si rese conto che la sua inutile felicità era data solo dalla disperazione in cui la vita di aspiranti insegnanti versava. Fin da piccolo aveva sempre saputo una cosa “Voglio fare il maestro”. Ambiva a comprendere i problemi dei più fragili, voleva entrare nelle vite dei suoi studenti, stravolgere le loro esistenze, aprirgli gli occhi, diventare importante, migliorare la loro percezione, sviluppare il loro senso critico. Quando frequentava il Liceo, fantasticava spesso sulle sue future classi.

“E ci sarà la ragazza provocante che piacerà a tutti e che sarà la prima a rimanere incinta una volta finite le superiori e ci sarà il ragazzo timido con tanto potenziale che nasconderà segreti e ci sarà il duro dal cuore tenero che nasconderà problemi e ci sarà la sognatrice che vorrebbe fare la scrittrice ma che non ce la farà mai e ci sarà quello che penserà solo alle donne senza mai scoprirle veramente e ci saranno quelli emarginati che chiederanno aiuto e quelli indomiti da domare e quelli stolti da istruire e quelli geniali da distruggere e quelli alla pari da allenare e quelli che si ricorderanno di me e che quando sarò vecchio mi offriranno un caffè mentre io gli parlerò per la centesima volta della logica e della definizione di esistenza e gli dirò sempre le solite cose ma in modo diverso così che i più intelligenti possano capire che sono vecchio ma non rincoglionito…”

Le fantasie in realtà, erano praticamente infinite. Benzina per la vita, droga per andare avanti, astinenza da evitare, causa morte.

La sua classe era normale, le sue classi erano normali. Ragazzini tempestati di consuetudini e luoghi comuni ma banali. Nascosti dietro a trasparenti cliché. Non interessanti, tutto qua.

“Che c’è da fare oggi?”

“I promessi sposi, professore” disse quella vestita da secchiona

“Se vuole, ci facciamo i cazzi nostri tutta l’ora, o quel che ne rimane” disse quello vestito da simpatico

“Mica vorrà interrogarci?” disse quella vestita da cheerleader

“Non si dicono le parolacce, sono simbolo di umorismo stupido”

“Cazzi?” rispose quello vestito da simpatico

“No, Ora”

Non capirono ma si misero a ridere, nemmeno lui capì la sua battuta ma gli era piaciuta molto.

– Purtroppo! – disse Federigo, – tale è la misera e terribile nostra condizione. Dobbiamo esigere rigorosamente dagli altri quello che Dio sa se noi saremmo pronti a dare: dobbiamo giudicare, correggere, riprendere; e Dio sa quel che faremmo noi nel caso stesso, quel che abbiam fatto in casi somiglianti! –

Il ragazzo vestito da assiduo giocatore di videogames alienanti lesse il paragrafo.

“Esigere dagli altri, Luca che ne pensi?”

“Di cosa professore?”

“Del fatto che sia più o meno necessario esigere dagli altri qualcosa”

“Dipende… Se serve…” rispose quello vestito da assonnato

“Dipende da cosa?”

“Non saprei…” rispose sempre quello vestito da assonnato

“Aprite la finestra, devo fumare”

Il solito Bessi, quello vestito da sudato, si alzò e spalancò le polverose vetrate dell’aula. Polvere, rumori della città, rumori inutili, aria tiepida, riscaldata. Si accese la sua sigaretta, li guardò. Scosse la testa, non avrebbe mai voluto essere al loro posto, a malapena riusciva a starsene al suo. Socchiuse gli occhi, aspirando il più forte possibile. Odiava quando i raggi del sole rivelavano la polvere presente nell’aria. Si sentiva soffocare.

“Qual è il participio passato di esigere prof?” disse uno vestito da bambino.

La sigaretta divenne amara, un amaro insopportabile. Continuò a fumare, iniziò a sentire il cuore palpitare, poteva percepire ogni minima pulsazione, il collo pulsava, la testa pulsava, iniziò a sentire caldo e forse anche a sudare. Fece finta di niente.

“Qual è professore?” ribadì quello vestito da bambino

Lo guardò. Era un ragazzino anonimo, uno da cinque e mezzo. Non uno di quelli che si applicava poco ma che poteva dare di più, semplicemente uno da cinque e mezzo. Non sembrava interessarsi alla scuola più di quanto si potesse interessare a videogiochi, ragazze, sogni e calcio. Non avrebbe dovuto fare quella domanda, non era nelle sue corde. Non gli apparteneva quel tipo di domanda e non avrebbe dovuto interessarsi alla risposta. Ma quella domanda, era vera. Michele l’aveva udita bene, nitida, pulita, agghiacciante e spietata.

“Non lo sa professore?” lo rincalzò quello vestito da… Un momento. Non era più vestito da bambino. Era nudo. Stupidi bachi che diventano farfalle, così, velocemente. Michele gettò la sigaretta. Odiava le farfalle.


Ecco qua la prima parte del racconto “Il Participio passato di Esigere” credo di portarlo avanti con appuntamenti settimanali anche se già so che non sarà molto lungo. Nel caso vi interessasse ho un curioso, credo, modo di scrivere. Mi metto davanti allo schermo, chiedo a me stesso di scrivere qualcosa e parto. Questa “tecnica” risulta essere poco professionale e, anche per questo, qualche anno fa capii che non sarei mai stato in grado di scrivere un romanzo. Però credo che condividere le strane storie che a volte bussano alla mia testa, sia molto divertente e quindi lo faccio. Mi diverto ed è bello divertirsi. Questi racconti non hanno altro scopo che essere letti e quindi, nel caso vi ammalaste e decideste di spargerli sul web vi chiedo solo di citare l’autore, Io.
Siccome credo che sia faticoso, per qualcuno, leggere da schermo, vi lascio anche il PDF così ve lo potete scaricare e farci ciò che volete (nei limiti della decenza, mi raccomando).

Day 7 – Edimburgo Fringe Festival 2013 e gli ultimi colpi

fringe edimburgo festival

“E vai di malinconia con l’Edimburgo Fringe Festival 2013”

Lo so io, lo sapete voi, lo sanno i gabbiani e forse lo sanno anche persone a cui non interessa. È il mio ultimo giorno di Scozia. Capita molte volte che, quando si è in viaggio, faccia capolino, affiori timidamente la voglia di tornare a casa, proprio a causa di quella strana voglia di routine e di cose di tutti giorni di cui abbiamo parlato nei giorni scorsi. Accade altresì di finire con l’abituarsi (chi più velocemente chi meno) alla nuova condizione. Ecco così che nasce la malinconia d’abbandono, un lieve strato di tristezza e uggia che ricopre ogni piccolo lembo di pelle, occhi e capelli. Un avvolgente e leggiadro abbraccio di malinconia che sparisce a causa di un sorriso ma ritorna poco dopo senza preavviso. Non è per niente facile per me descrivere questa sensazione che, sono sicuro, sia comune a molti di voi, lascio il compito ingombrante di descrivere le sensazioni e farle comprendere a tutti, ai poeti. Io torno a fare quello che so fare quasi meglio, scrivere di cose che vedo con i miei occhi straniti e surreali.

Mi alzo la mattina alle 11.34. Torno a dormire. Mi risveglio dopo quelle che credo essere 2 ore… Sono le 11.34. Ritorno paurosamente a dormire. Inizia a farmi male la testa dal troppo dormire, controllo l’orologio, sono le 11.34. Sogno di essere una persona molto stupida, il sogno si realizza in realtà, proprio come nelle favole, quando mi ricordo di avere l’orologio bloccato da 1 settimana alla 11.34. Esco dall’ostello alle 17.00 mi sento un coglione, un coglione spavaldo.

kolar commediante russo

Al mio timido risveglio mi ritrovo l’antipatico Kolar che spippola sul suo portatile. Mi guarda, sorride e dice in un italiano-russo-mafioso-inglesizzato “Buongiorno Principesso”. Con una singola ,tra l’altro squallida, frase mi fa capire che è simpatico. Mi libero dal pregiudizio del russo e lo ascolto, giusto per riprendermi dalla mega e inutile dormita. Kolar è un commediante russo di 32 anni, ha girato moltissimo nella sua vita, conosce 4 lingue (Portoghese, Spagnolo, Inglese e Francese) oltre al Russo, mi dichiara che non imparerà mai l’italiano perché non vuole rovinarlo. Kolar fa il commediante, scherza sempre, anche quando è serio. Kolar è astemio ma fuma molta marijuana. Kolar fumava molta marijuana prima che iniziasse a scordarsi il suo nome, ora ha detto che fuma molto meno. Kolar ha un aspetto da piccolo lord burlone, riga dei capelli perfetti, sguardo tagliente e freddo, andatura composta e silenzi furbi. Kolar fa molto ridere e io ammetto candidamente che il primo giorno l’avevo inquadrato male. Kolar sapeva questo e mi dice che è normale e che sta a lui far vedere quanto è simpatico, è un po’ il suo lavoro. Kolar mi ha stancato, dopo 20 minuti in cui mi raccontava di tutti i suoi spettacoli, ed io, con una mossa birichina “vado a pisciare sennò la faccio qui“, scappo dalla camera e mi dirigo al pub dell’ostello dove sta per iniziare l’ennesimo concertino pomeridiano.

diario-viaggio-scozia-2

ostello caledonian edimburgo

Mi tiro su con una birra tremenda, al sapore di caramella dolce e di mela dolce, una disgrazia di birra. Ho in bocca talmente tanto zucchero birroso che abbandono il concerto e decido di conquistare quel che rimane del Fringe Festival di Edimburgo 2013. Inizio a correre per strada, mi piace tantissimo correre per strada. Alla prima fitta alla milza mi fermo davanti a delle scalette dietro una chiesa (dove ieri mangiavano sulle tombe). Scopro che c’è una specie di mercatino dei designer, sono minimamente curioso di questa cosa e mi addentro tra tende e creazioni posticce. Niente di particolarmente interessante, salvo qualche pecora grassa con i capelli (strani peluche) e lo stand di questa ragazza che crea le sue opere utilizzando solo e soltanto il cartone (non la cartapesta!).

waste of paint edimburgo

Solitamente quando viaggio non compro niente tranne mini boccette di alcool del luogo, un adesivo per frigorifero (mamma), un sottobicchiere (zio) e qualche spicciolo che colleziono. Questa ragazza però mi colpisce, le sue opere sono simpatiche quanto coerenti. Mi immagino le ore di lavoro passate a progettare, studiare e poi realizzare le sue opere. La sento molto vicino, affine. Decido di comprare la maglietta che vedete appesa (non era in vendita) con tutte le sue opere disegnate. Me la mette 12£ accetto senza trattare e la aggiungo su twitter perché merita: Waste of Paint Website. Sono contento dell’acquisto e di aver fatto dei sentiti complimenti alla designer che credo li gradisca quasi al pari della moneta. Esco trottolando dal mercatino e punto il Fringe Festival. Mentre mi avvicino alla Old Town di Edimburgo, sento di essermi dimenticato qualcosa, in particolar modo la mia pancia mi da evidenti segnali di mostruosa fame. Mi guardo intorno e scopro con profondo rammarico che esiste un unico luogo dove potrei mangiare nell’immediato.

bella italia

Mi rifiuto. Sbavo. Ringhio. Abbaio. Ma mi rifiuto. Io, piede lì dentro non ce lo metto, il mio personalissimo decimo “Bella Italia” in Scozia. Niente da fare: digiuno!

Finisco di mangiare la mia pizzetta secca, disgustato e sconfitto. Il Fringe Festival mi tira un po’ su il morale.

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edimburgo fringe festival 2013

Moltissime persone, moltissimi colori. Un amore per il teatro, i drammi, la commedia che purtroppo in Italia manca. Americani ed Anglosassoni tra tutti, secondo la mia esperienza, hanno una passione sfrenata per il teatro che viene visto più come forma di intrattenimento commerciale che come arte. Sicuramente, rispetto alla nostra stantia concezione, il mercato del teatro è più florido e quindi pieno di boiate e di pubblicità che, come i film al cinema, colorano tutta Edimburgo. Un approccio interessante al teatro, molto d’effetto che rischia di mettere meno in risalto il valore dell’opera teatrale ma che finisce, alla fine, per far girare quei soldi tanto necessari alla sopravvivenza di questa nobile arte. In Italia, lo sappiamo, non è così. (Non è mai così). Continuo a percorrere, deliziato, la via del Fringe (Bank Street) dove mi imbatto continuamente in piccoli “Movie” Trailer.

Delle anteprime dello spettacolo, recitate direttamente in strada dai veri attori, che così facendo, sperando di incuriosire il potenziale spettatore. La maggior parte degli spettacoli del Fringe sono gratuiti o costano comunque poche sterline. Si svolgono prevalentemente dentro localini, ristoranti e pub della zona attraversata dalla strada del Fringe, nella Old Town di Edimburgo.

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fringe festival edimburgo 2013

fringe edimburgo festival

Entro in un’ennesima piccola chiesa evidentemente sconsacrata, ascolto un po’ di pessima musica ed esco per completare il giro. Sono le 19.00, il sole è ancora alto e nascosto e io mi faccio deliziare per l’ennesima volta da una stradina vergine, nessun segno di violenza da parte della folla sorridente. Prendo la stradina e mi ritrovo in una piazza che inizialmente mi ricorda un ghetto. Sono sempre più convinto che si tratti di un ghetto. So che a Edimburgo non hanno fatto ghetti, ma questo è un dannato ghetto.

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Sono solo, pioviscola, sto abbastanza bene. Mi trovo a mio agio nei ghetti immacolati. Mi lascio alle spalle i teaser dei commedianti e gli urletti di felicità di turisti e avventori e mi incammino verso l’uscita del ghetto. Questa volta mi sento fortunato, sono su una specie di marciapiede rialzato, poco sopra Grassmarket Street e davanti a me ho l’opportunità per fare una di quelle foto che risulteranno tra le mie preferite.

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Il mio livello di soddisfazione aumenta e con esso il pensiero del ritorno a casa che si fa sempre più ingombrante, percepisco che sono dispiaciuto. Sono contento di essere dispiaciuto, significa che sto veramente bene. Torno nella strada principale sotto il castello, incrocio tra Castlehill e Lawnmarket, per scoprire il “famoso” The Hub. Potrei scrivervi qualcosa riguardo l’edificio più alto di Edimburgo ma essendo una persona estremamente prolissa lo farò:

“Costruito tra il 1842 e il 1845 con il nome di Sala Vittoria, questo edificio serviva a far alloggiare l’assemblea generale della Chiesa di Scozia (che ignoro cosa sia). Nel 1930, la Chiesa di Scozia smette di bivaccarci e l’edificio viene usato in maniera più o meno abusiva da varie congregazioni più o meno abusive. Forse non tutti sanno che The Hub è l’edificio con la punta più alta di Edimburgo e sti cazzi. Attualmente viene sfruttato come lounge bar, costosissimo ristorante, esposizioni di opere d’arte e matrimoni che, a mio parere, chiudono il cerchio. Di non si sa cosa ma lo chiudono”

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Inizio a sentire la necessità di prepararmi per la serata imminente. Ho l’aereo alle 7.30, considero almeno 20 minuti per andare all’aeroporto e spero che ci sia un servizio mattiniero di bus (impiego circa 15 minuti ad arrivare alla stazione di Weverly con lo zaino iper pesante). Facendo due conti decido di non andare a dormire e fare tutta una sanissima tirata fino a Pisa.

Mi ritrovo con Ricardo, Rachid e Kolar, che costringiamo ad unirsi a noi, per strada raccattiamo 2 Canadesi chionze e un Russo/Canadese che ha come unico obiettivo quello di dare testate alle portiere delle macchine. Sono le 01.00 di notte e il tizio strano sparisce improvvisamente nell’oscurità, di lui non ne saprò più niente. Finisco questo racconto di viaggio con la foto della mia partenza da Edimburgo. Un’alba fresca, non tagliente, un po’ imbronciata. Avrei voluto dare una pacca sulla spalla a questa strana Alba ma alla fine, è lei che l’ha data a me. Con occhiaie infinite, zombeggio fino al bus, che fortunatamente esiste. Sono le 6.30 e sto per tornare a casa. C’est la Vie.

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Abbiamo aspettato l’alba insieme, io, Rachid e Ricardo. A sgranocchiare ciambelle ed a parlare di Vini sud africani e di carne argentina. Abbiamo parlato dei nostri futuri e di quanto sia brutto fare nuove amicizie che durano poco ma di quanto, allo stesso tempo, ne abbiamo bisogno.


CONSIGLI LOCALI COWGATE

Non mi sono dilungato troppo sulla notte (anche perché le notti sono poco da diario…) ma in compenso ho deciso di darvi qualche consiglio sui locali di COWGATE.

Situazione generale: Cowgate è una strada non troppo lunga (600 metri) che attraversa la Old Town di Edimburgo. Nonostante sia relativamente corta è piena di piccoli locali. Il più grande, il Cowdane, è arredato in stile cow-boy con musica folk. Se evitate il Venerdì e il fine settimana, le entrate di tutti i locali sono free e le consumazioni vanno dalle 2£ alle 4£ sterline. Venerdì, Sabato e Domenica, invece, tutto si trasforma. I locali hanno un costo da cartello mafioso di 3£ e le bevute vedono incrementare il loro valore di 1/2£.  C’è molta più gente, i locali sono molto piccoli e le bevute sono abbastanza acquose (anche se io effettivamente sono molto esigente sull’alcool).

Free Sisters: Consiglio questo locale perché è sempre ad entrata gratuita sebbene le bevute partano da un minimo di 5£. Il locale dispone di un ampio spazio all’aperto con annesso venditore di Burritos, bancone della birra e dei cocktail. È possibile entrare nel reparto discoteca, all’interno, sempre in maniera del tutto gratuita. La musica non è molto spinta (amanti dell’House fatevene una ragione) e rimane sul commerciale. Un posto leggero, abbastanza ampio, almeno rispetto alla concorrenza che vi permette di respirare fuori e dentro, di fumare fuori e di ingozzarvi di Burritos fino a spendere un’esagerazione. Come è successo a me.

Sneaky Petes: È il classico esempio di localino di cowden, piccolo, fumoso (macchina del fumo eh, perché dentro non si può fumare), scuro e sudaticcio. Un posto da battaglia con DJ da battaglia, uno vale, sinceramente, l’altro. Se siete degli scalmanati latin lover, è il posto che fa per voi.

PUB Generici: Hanno l’abilità di chiudere all’01.00 di notte, propongono tutti musica dal vivo ed è possibile cenarci. Li trovate in Grassmarket Street, a due passi da Cowgate ovviamente. Ce n’è uno messicano che ha della pessima sangria finta, evitate.

Non ho più altro da aggiungere se non che in italiano si scrive EdiMburgo ed in inglese EdiNburgh. Ah, ecco! avrei anche dei ringraziamenti per tutte le persone che mi hanno seguito a distanza in questi giorni e che hanno condiviso con me questa meravigliosa avventura che auguro un po’ a tutti. Le mie strampalate avventure terminano momentaneamente qui ed io ringrazio tutti, con i nomi che ricordo. E quindi grazie a:

Justin, Ricardo, Saheed, Kolar, Heidi, Megan, Alexandra, Dalila, Antonino, Maurizio, Ilaria, Irene, Luca, Erika, Tommaso, Giulia, Giada, Martina, Anita, Sara, Silvia, Diana, Virginia, Elisa, Sarah, MariaGiovanna, Enrico, a tutti quelli che fanno parte della mia famiglia (lo leggeva anche il mi nonno prima di addormentarsi! E spesso non lo finiva,comunque sono troppo pigro per elencarli uno ad uno, mi conoscono, capiranno.) e a Te che non necessiti di nome.

Alla prossima, credo.

PS: se volete rompermi le scatole, chiedermi qualcosa, condividere qualcos’altro mi trovate su facebook e all’indirizzo email filippo@lotrek.it

Have a Decent Time.

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Day 6 – Primo giorno di Festival di Edimburgo

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“Non si finisce mai di scoprire Edimburgo”

Due giorni. Ho ancora due promettentissimi per gustarmi Edimburgo di giorno e di notte. Sicuramente il Festival di Edimburgo aiuta a godersi questa città che, ora dopo ora, mi appare sempre più interessante e desiderabile (anche per lunghi soggiorni di studio o lavoro). Mi alzo ad un ora indegna per un viaggiatore curioso ma ottima per chi ha esagerato la sera precedente con Whisky, discorsi e birra. Alle 10.30 mi sveglio e faccio in tempo a salutare Heidi che se ne torna in Australia. Dopo pochi minuti entra in stanza in nuovo roommate. Kolar è russo, non sembra per niente simpatico e liquida sia me che Ricardo con quelle che non sembrano essere battute:

Io: Hey man, where are u from?

Kolar: Russia and, yes, it still exist.

Io: … Ehm, Ok, i feel great for that. Are u travelling alone?

Kolar: Yes but i have a girlfriend.

Ricardo: He didin’t ask u your ass, man.

Kolar: Nice to meet u my new strange latins friends. Guys, now i’d like to sleep. Bye

Si getta sul letto, vestito, sotto le coperte e inizia a ronfare. Io e Ricardo ci guardiamo, facciamo spallucce, scuotiamo la testa. “Russian… Tsk“. A proposito di Ricardo, tra di noi è stato “amore” (giusto per ribadire la mia eterosessualità) a prima vista. Ricardo ha 27 anni, viene da Sao Paolo e sta facendo il tirocinio per la specializzazione medica in oncologia, è al suo primo viaggio in solitaria, mi confida che gli mancano gli amici perché è sempre stato abituato a spassarsela in gruppo, è stato una settimana a Londra e ora si è dato alla Scozia per un’altra settimana. Starà con me tutti e tre i giorni, ma da buoni amici intelligenti non staremo insieme di giorno così che uno possa fare i giri che preferisce.

Ricardo diario di viaggio scozia

Ricardo, il Paulista col vizio del Whisky

Esco dall’ostello senza sapere effettivamente cosa fare. Dal basso della mia arroganza pretendo di aver già visto tutto ciò che Edimburgo aveva da offrirmi. Mi sento un po’ spaesato, un capitano senza bussola, un riccone senza obiettivi da conquistare. Vago per qualche chilometro nei soliti luoghi dei giorni precedenti pensando a quanto io sia stato stupido a riprendere 2 giorni ad Edimburgo. Arrivo anche a pensare di tornare indietro all’ostello e di passare lì la mia giornata/serata. Fortuna per me e fortuna anche per voi che leggete, le paranoie del momento si rivelano appunto, del momento. Giro l’angolo di High Street e vengo attirato da alcune persone che merendeggiano con passione in mezzo ad alcune illustri tombe, ho un nuovo obiettivo. Fare una foto a questa cosa apparentemente inutile e di scarso interesse.

mangiare cimitero festival edimburgo

Dopo essermi un po’ coccolato, facendomi coraggio: “Guarda Filippo che in  realtà puoi sempre andare al castello… Su, Su” il mio orizzonte inizia a farsi un po’ più chiaro. Il viaggio è un fenomeno sociale di indubbia profondità e si merita tutti gli studi ad esso connesso. Psicologia, Antropologia, Sociologia e Sessuologia, viaggiare significa affrontare determinate scelte, molto più frequenti rispetto alla vita di tutti i giorni, che ti portano in luoghi di cui non abbiamo familiarità e che, a volte, abbiamo l’arroganza di pensare di averla. Ci vuole equilibrio mentale per viaggiare, ci vuole senso critico, umiltà e voglia di apprendere e di cambiare. Ho visto moltissime persone viaggiare senza fare chilometri e ancora più persone fare migliaia di chilometri senza viaggiare. Un consiglio che mi sento di dare a chi sta leggendo è questo: Non guardare al viaggio come un semplice bene/servizio da acquistare, come una medaglia da aggiungere alla tua bacheca. Non portarti dietro la tua casa come una dannata tartaruga, accetta di cambiare, accetta di essere diverso, accetta di non essere sopra nessuno e di essere qualcuno. Solo così il tuo viaggio sarà un arricchimento per la tua anima, il tuo equilibrio e per la tua casa, quando farai ritorno. Perché da un viaggio, volenti o nolenti, si fa sempre ritorno. 

Capisco, chiedo scusa a me stesso e ad Edimburgo tutta, mi accendo una sigaretta, è l’ultima. Con rinnovato ardore mi fiondo in un tabacchino, pieno di energia, pieno di allegria, compro un pacchetto di Marlboro da 20, un panino, una birra, una macedonia e un Mars, perché c’è un’offerta e me ne danno uno gratis. A me il Mars non piace, ma è gratis e sono troppo euforico per rifiutare un’offerta del genere. Vado a pagare, 20£. La mia euforia si trasforma in tragico allarmismo. Dove diavolo sono finiti 20£ tra un panino da 2£, un Mars gratuito, una birra, una macedonia rinsecchita e… Giusto. Il pacchetto di sigarette. Stupida euforia che rende ciechi, stupida allegria che rende stolti, stupida energia che rende noncuranti. Se fossi stato incazzato, me ne sarei accorto. Ora mi ritrovo incazzato e derubato da me stesso. Guardo il castello dal basso, lo osservo… “Addio castello, non li spendo i 16£ per entrare, ci vengo con Google Street View lassù“. Impreco, esco dal tabacchi/alimentari e vado a scaricare la rabbia al parco.

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gabbiano edimburgo festival

Faccio in tempo a farmi fottere la barretta di Mars da uno spavaldo gabbiano che senza remora alcuna, si fionda sulla mia borsa e se ne scappa gracchiando come una cornacchia. Gabbiani 1 Filippo 0. Comunque ribadisco che a me, il Mars, ha sempre fatto schifo, oltre a non capire di cosa sia effettivamente composto. Faccio la rapida conoscenza di due ragazze italiane che mi invitano a visitare, la sera, Grassmarket Street. Una strada molto importante e conosciuta che attraversa tutta la Old Town di Edimburgo e che offre un sacco di club e pub per i giovani. Le due ragazze sono ad Edimburgo da 1 mese e stanno studiando la lingua, mi dicono che è una città fantastica dove abitare, a misura d’uomo, pulita, precisa, effervescente… L’avevo già intuito ma sentire altri pareri simili al mio non fa che rafforzare i miei pensieri. Mentre sono pigramente spiaggiato sull’erbetta del Princess Park scorgo una collina all’orizzonte con a fianco un curioso obelisco. Decido che quella sarà la mia prossima meta prima di tornare all’ostello per mettere a posto il diario, farmi una rilassante doccia e prepararmi per la sera. Prima di dirigermi verso la collina che scoprirò poi essere la famosa Calton Hill (il belvedere di Edimburgo) faccio una rapida fermata al Fringe festival, una lunga e larga strada sotto il castello stracolma di artisti di strada, commedianti che si impegnano in piccoli trailer dei loro spettacoli e tanta, tantissima gente colorata. Decido però di passarci con comodo l’indomani, quindi solo toccata e fuga per me oggi.

fringe festival edimburgo

Schivo abilmente tutti i volantini che provano ad appiopparmi perché so che li butterei via ed io odio sporcare e sprecare. Faccio un bel respiro e mi dirigo verso Calton Hill. Pare lontanissima, lo è. A metà strada inizio ad ansimare come un ciccione che si alza dal divano dopo 3 giorni di show televisivi, patatine e bevande dolcissime. Ero convinto che il mio allenamento intensivo nell’isola di Skye fosse servito a qualcosa. Un po’ come quando uno, al secondo giorno di palestra, si mette davanti allo specchio sfoggiando i muscoli, convinto di un evidente cambiamento. In realtà le gambe bruciano, il fiato scappa via dalla mia bocca senza tornare e quando arrivo in cima alla collina mi sembra di aver fatto l’ennesima scalata. Il piazzale della collina è pieno di asiatici, mi sento un po’ a Portree. Capisco che ho bisogno di riprendere fiato e che forse il Whisky della sera prima sta esigendo il suo dazio. In compenso la vista è notevole.

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Mi riposo in cima alla collina che da sul Mondo. “Dormono, dormono sulla collina” il mio tenero cervello seleziona dalla mia playlist cerebrale la canzone più adatta, che si fotta Spotify. Faccio un respirone e decido di tornare verso l’ostello, torno ad avere un’aria svampita, leggera, ho caldo. Sono circa le 16.00 e mi lascio abbindolare da alcune scalette interessanti, adoro farmi abbindolare.

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Sono tornato ormai verso il castello, quelle muschiose scalette mi stuzzicano, ignoro la fatica e mi ritrovo davanti alla Cattedrale di Saint Mary di Edimburgo, a volte sono proprio fortunato.

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La mia giornata da turista girovago termina qui e mi avvio verso la notte di Edimburgo. Torno in ostello, incontro Rachid e Ricardo e decidiamo di andare, verso mezzanotte, a Grassmarket in qualche club. Prima passiamo qualche ora al pub dell’ostello con qualche band interessante che mi fa capire quanto poco sia valorizzata da noi la musica indipendente. Al pub possono accedere anche “esterni” e non è raro trovare anche persone di mezz’età in cerca di buona e frizzante musica da condividere con qualche giovane turista straniero. L’ambiente è molto amichevole e leggero, io e Ricardo facciamo la conoscenza di Dalila, una ragazza originaria dell’Alaska. Un luogo a me tanto sconosciuto quanto curioso. Dalila si unisce di buon grado alla nostra spedizione e verso mezzanotte partiamo per Grassmarket. In poco meno di 20 minuti di camminata arriviamo nel cuore pulsante della notte di Edimburgo. I Club sono ad entrata gratuita e le bevute hanno costi ragionevoli, probabilmente perché è giovedì. Un semplice Vodka Lemon costa 2£, non male, o forse male, dipende dai punti di vista.

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I locali sono molto piccoli e spesso affollati ma non ci sono episodi spiacevoli e la sicurezza è sempre molto vigile. Domani, il 16 Agosto, farò un salto in molti locali differenti per fare una piccola recensione e dare qualche consiglio più approfondito. Nel frattempo passiamo la notte, fino alle 3.00 am, allo Sneaky Petes e torniamo allegramente verso l’ostello con Dalila sparita e persa nella folla ma che sicuramente avrà trovato un’alternativa migliore ad un italiano un po’ scorbutico e ad un portoghese esigente.

Torniamo in ostello, di Rachid nemmeno l’ombra, mentre Kolar russa candidamente nel suo giaciglio. Buona notte e buona mattinata a tutti.


SPESE EFFETTUATE:

  • Pranzo e sigarette 20£
  • Nottata fuori e pub dell’ostello 30£

COSE BENE

Edimburgo è più di quel che sembri, nasconde dentro di se dei luoghi nascosti e dei parchi molto interessanti. Il molo di Portobello richiede un paio d’ore di cammino ma ne dovrebbe valere la pena. I parchi sono molto rilassanti e puliti e le strade, nonostante ci sia il festival, sono abbastanza vivibili. La temperatura inoltre, è godibilissima. La parola “città a misura d’uomo” è spesso abusata ma in questo caso, azzeccata. Inoltre, sono riuscito a resettare il firmware del Nexus e quindi ho nuovamente un orologio e una macchina fotografica da minchiate.

COSE MALE

I costi sono molto alti, specialmente per visitare i luoghi di maggiore interesse. L’entrata al castello costa 16£, l’entrata ad una torre di avvistamento, sudicia e maleodorante 4£. Purtroppo conviene mangiare dentro McDonalds e affini per risparmiare, anche se io suggerisco i supermercati biologici come Co-Operative e il Sainsbury, dove è possibile trovare ottimi panini biologici con scadenza il giorno stesso (quindi molto freschi) a prezzi decenti (6/7£ circa con acqua, macedonia e un gustosissimo Mars in omaggio).

FOTO BONUS

il gioco della lava edimburgo

Il gioco della Lava. Non se se vi è mai capitato da più o meno piccoli. Era uno dei miei giochi preferiti, facevo finta di avere tutto intorno a me del magma mortale e quindi dovevo rimanere su sassi, divani, mattonelle e tutte le altre cose che “emergevano” dal mortale pavimento. Un bellissimo esempio della potenza della fantasia che non dovrebbe mai essere dimenticata… Anche se… Lo sappiamo, no?

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