Il Participio passato di Esigere – Capitolo 2

banchi scuola

banchi scuola

Tutta la classe rimase in silenzio per quasi 10 secondi. Michele guardò fuori dalla finestra, avrebbe voluto essere quel passante che si affannava a rincorrere un autobus che era già partito. Avrebbe voluto veramente arrabbiarsi per aver perso quell’autobus.

“Non è possibile che qualcuno pensi di sfidare un professore con una banalità. Non è possibile che si dia importanza a una singola particolarità e si ignori tutto il resto. Non è possibile che il solo tentare di scalare una vetta, sia anche solo per qualche istante, possa dare un’orgasmica soddisfazione” Pensò.

Sartri lo continuava a fissare. Era convinto di vedere, negli occhi cerulei del ragazzo, un inizio di orgasmo. Tornò alla cattedra e si sedette sulla scomoda sedia, sorrise acidamente, toccandosi i baffi, ora la barba corvina, strappandosi qualche pelo, sistemandosi gli occhiali. Scosse la testa, non una ma tre volte, alzò lo sguardo verso Sartri. “Mancano 5 minuti, la prossima volta vediamo se riesco a farvi scrivere qualcosa su questa roba”, si leccò l’indice e, sfogliando il libro ingiallito, indicò le pagine da leggere. Non utilizzava i libri nuovi, quelli che avrebbe dovuto comprare in base agli accordi con i rappresentanti i quali gli avrebbero riconosciuto una percentuale da contrabbandiere sui volumi venduti ai propri studenti. Non gli era mai importato dei soldi ma degli stronzi e dei libri sì, molto. Gli piaceva quando la carta profumava di polvere, amava la porosità dei fogli più sottili e altrettanto taglienti.Il libro era uno strumento perfetto per masturbarsi o forse era la masturbazione in sé ad essere perfetta, se fatta attraverso un libro, oppure un libro aveva molto più senso di un orgasmo perché durava di più ovvero tutto questo pensare a libri e alla masturbazione era solo un modo come un altro per non pensare a quella domanda. D’altronde a cos’altro dovrebbe servire la masturbazione se non a smettere di cercare risposte ad insistenti domande?

Diego Sartri era un ragazzo normalmente anonimo. Si trastullava nella sua timidezza, fantasticando sul momento in cui qualcuno avesse avuto interesse verso la sua timidezza. Non si chiedeva quale potesse essere il motivo per il quale qualcuno avrebbe dovuto provare interesse per la sua timidezza, era troppo insicuro per cercare una risposta e troppo timido per cercarla attraverso delle domande. Aspettava e basta. Era convinto che, prima o poi, qualcuno si sarebbe chiesto del perché non avesse molti amici o non parlasse con molte ragazze o non si facesse vedere nei posti dove in molti, alla sua età, si fanno vedere. Continuava a considerare la propria esistenza come speciale, pur senza preoccuparsi del fatto che non lo fosse. Avrebbe aspettato, pensava Diego. Il solo fatto di esistere e di aver studiato, vissuto, letto, sognato delle cose, faceva di lui un ragazzo convinto della propria esistenza ma troppo svogliato per raccontarla agli altri. Ne conosceva tanti, che a differenza di lui, emanavano la propria presenza con forza, cattiveria, sicurezza, insicurezza, molta patetica arroganza e, a volte, genialità estemporanee. A Diego non piaceva questa gente, semplicemente non la riteneva interessante, pur invidiandola per il fatto che in molti la ritenessero interessante. Questo era Diego Sartri, un ragazzo che, se non fosse stato divorato in ogni sua parte, sarebbe probabilmente diventato un giornalista che, per mantenersi, avrebbe venduto panini scadenti in qualche catena di fast-food di panini scadenti, serrando i denti, agitando i pugni, ripetendo a voce bassa “un giorno mi scoprirete e ne rimarrete abbagliati” e finendo inesorabilmente per varcare i 30 anni senza aver fatto altro che preoccuparsi di essere considerato, non riflettendo sul perché avrebbero dovuto considerarlo. Diarrea da gatti.

Diego aveva ancora il cuore a mille, sentiva il sapore dell’adrenalina ancora lungo la lingua, la saliva era salmastra, piacevole da deglutire. Nonostante il Professore continuasse ad ignorarlo, sapeva di aver fatto qualcosa. Finalmente qualcosa di visibile; si guardò intorno ma i suoi compagni non sembravano condividere con lui la sua temporanea conquista. Era troppo eccitato per accorgersene, percepiva i vasi capillari che si stringevano attorno ai suoi occhi, era una sensazione bellissima, quasi come la prima sbronza ma senza vomito. Attese inutilmente la  risposta del Professore. Arrivò prima l’assordante suono della campanella e l’ancor più assordante caos liberatorio dei suoi colleghi studenti. Vide nitidamente nella sua mente un ammasso di carta risucchiato da un potente sciacquone e subito dopo l’acqua, pulita, tornare a riempire il cesso. Pensava di aver perso. Si sbagliava tremendamente.

Michele corse in sala professori, entrò, non c’era nessuno, solo quello di Chimica che dormiva ma lui era sempre lì. Salì su una sedia pateticamente uguale a quelle che si trovano nelle regge del ‘700 ma senza essere pregiata. La sentì scricchiolare ma ci fece poco caso mentre, con sicurezza, spostava una pesante enciclopedia. “Cosa stai facendo Michele?” Quella voce lo fece barcollare ma solo internamente. “Niente che ti riguardi” rispose Michele scendendo goffamente con una bottiglia di rum scuro in mano. “Come si dice? bevo per dimenticare” Rispose con un sorriso irritato. Margherita continuava a fissarlo con lo sguardo di chi, purtroppo per sempre, aveva smesso di aver voglia di conoscere Michele. “Sei tutto polveroso” Disse lei agitando i palmi delle mani. “Questi ragazzi sono sempre più inutili, dovrebbero bere un po’ di rum, giusto un po’ ma senza altra roba zuccherata, non servirebbe a niente”.

Margherita era alta, bruna, capelli corti, occhi color di miele, naso morbido e sguardo tragico, portava i tacchi in quante più situazioni possibili. Insegnava francese perché quella di francese era continuamente in mutua per un presunto esaurimento nervoso che coincideva sempre con un altro presunto attacco virale di quello di algebra, il vice-preside. In realtà Margherita il francese non lo conosceva più dei ragazzi a cui lo insegnava ma questo, i suoi ragazzi, lo ignoravano, perché di lei avevano paura. Padre medico, madre insegnante, aveva vinto la madre, per il rammarico del padre (che in realtà avrebbe voluto un maschio), non aveva mai guardato oltre la sua città, non aveva senso poiché aveva già deciso tutto, l’unica cosa che non capiva ma che aveva smesso di cercare di capire era Michele. Non perché fosse strano, alternativo, sgangherato, insofferente, sofferente… Perché la volta in cui fecero sesso a lei piacque molto, iniziò addirittura a pensare che avrebbero potuto rifarlo, molte volte ma lui con un semplice sguardo perso fuori dalla finestra a fissare delle auto svogliate, mentre si rivestiva, le fece intendere che non aveva capito niente. Odiava non capire. Aveva studiato matematica.

Michele ci fece sesso una volta, a volte si masturbava ripensando a quella scopata, altre volte scuoteva la testa ripensando a quella scopata ma sempre ripeteva a se stesso “non ha senso, non ha mai senso niente”. Continuava a ricordarsi il momento in cui, uscendo di casa, chiudendo delicatamente la porta, lei si alzò rapidamente dal letto senza riuscire ad impedirgli di chiudere la porta e scendere le scale. Lui aveva sentito i suoi passi sul pavimento, aveva sentito le sue mani sulla porta, aveva sentito il suo sospiro titubante e tutte queste cose non facevano altro che fargli venire voglia di una sigaretta, mentre scendeva le scale, mentre spariva, per l’ennesima volta, da se stesso.

“Che ti è successo?”
“Niente”
“Continui ad essere annoiato della tua vita?”
“Non ne vedo tante altre, ormai ho smesso di annoiarmi”
“Quando prendi il rum è perché non sai che fare”
“So cosa fare”
“Cosa vuoi fare?”
“Uccidere un ragazzino”

Margherita si mise a ridere. Quello di chimica si svegliò, guardò l’orologio e tornò a ronfare sulla poltrona.

“Finalmente hai una reazione umana… Che carino che sei”
“Che significa?”
“È la prima volta che ti vedo provare un’emozione per qualcuno dei tuoi allievi”
“Non è vero. Provo un sacco di emozioni per i miei allievi, tutte apatiche ma le provo”
“Non fare lo scrittore con me e dimmi cosa ti è successo”
“Non hai lezione?”
“No, ho un’ora libera”
“Bene, dovresti impiegarla a ripassare qualche frase di francese, ti farebbe comodo”

Margherita si alzò sui tacchi, lo guardò molto male, nel modo in cui si guarda qualcuno che merita di essere redarguito, aspettò la sua risposta. Michele distolse lo sguardo, odiava essere minacciato da quegli occhi. La ragazza era insignificante, piatta, senza ambizioni, già vista, già vissuta, già letta ma quegli occhi, loro no. Loro erano strani, interessanti, a volte sconvolgenti e questo, Michele, lo detestava sopra ogni altra cosa.

“Si chiama Sartri, mi ha fatto fare una figuraccia, mi ha chiesto un participio passato… Io non ho risposto”
Margherita rise senza esserne troppo convinta “Ma come, ti fai mettere sotto in questo modo? Mi sarei aspettata qualcosa di meglio da lei, Camussi”
“Il participio passato di esigere, ecco cosa mi ha chiesto”
“Beh, ma è semplice… È…”

Michele le serrò la bocca con la mano sinistra, la fissò negli occhi, le si avvicinò all’orecchio sinistro “Non ti azzardare, nemmeno a pensarlo” finì il bicchiere con la mano destra, aumentò la presa con la sinistra, ripose il bicchiere sul tavolo di vetro, con forza, facendo svegliare quello di chimica. Lasciò la presa e uscì dalla sala.

Margherita si ricompose, prese il dizionario di francese ed iniziò a piangere.

“Professore, scusi”

Michele fece finta di niente e continuò a camminare lungo il corridoio con la sigaretta spenta in bocca.

“Scusi, Professor Camussi” Il ragazzo toccò la spalla di Michele.
“Uh, cosa c’è Sartri?” Rispose distrattamente Michele, iniziando a toccare la sigaretta con insistenza.
“Mi volevo scusare per la brutta figura che le ho fatto fare prima in aula, era solo uno scherzo, spero non se la sia presa”
“Di cosa stai parlando Sartri?”
“Di quella domanda… Quella che le ho fatto”
“Torna in aula Sartri, hai francese”
“Era come pensava?”
“Cosa?”
“La risposta”
“A quale domanda?”
“A quella che le ho fatto”
“Me ne hai fatte troppe, ora devo andare a fumare”

Mentre Michele guadagnava metri verso la porta finestra che dava sul cortile, Diego si fermò, di scatto.

“Il participio passato di esigere, professore, è andato a vedere sul dizionario la risposta?”

Michele si girò per un istante, vide un ragazzo che rideva, che pensava di essere importante, che pensava di poter raccontare ciò che Davide aveva fatto a Golia. Sentì molta rabbia, troppa, ebbe paura, acuì lo sguardo. Uscì fuori e si accese la sigaretta. Stava tremando, tremando forte. Marco, il bidello svogliato, lo vide, gli chiese se fosse tutto a posto. Si accese una sigaretta, diede uno sguardo a Diego che li fissava dietro la porta finestra, sbadigliò e salutò Michele, dondolando verso la sua scrivania incastonata nella muffa.


“È successo un casino le dico! Deve venire subito al liceo, è di vitale importanza! Si muova!”

Michele riattaccò la cornetta, sbadigliò, era il suo giorno libero ed erano le 7.00 di mattina, non aveva voglia dell’ennesima riunione straordinaria per decidere chi, dei professori, avrebbe avuto l’onore di portare una classe in vacanza, sapeva che sarebbe toccato al vice-preside e alla vera insegnante di francese e a lui andava bene in quel modo. A lui andava bene tutto. Prese il cellulare, quasi per sbaglio, lesse un messaggio di Margherita.

“L’hai fatto davvero?”

Richiuse gli occhi. Il telefono riprese a squillare. “Se non viene qui entro 10 minuti la licenzio” “Non può licenziarmi, sono un precario” “Un precario che non troverà mai una cattedra, si muova Camussi, per l’amor di Dio, è una vera disgrazia!”.

Era d’accordo sul fatto che le riunioni straordinarie fossero una disgrazia ma era stupito del fatto che anche il Preside lo pensasse. Si sciacquò, bevve del latte scaduto da poco, scese le scale, tornò in casa almeno tre volte per prendere oggetti importanti che si era scordato per almeno tre volte.

La scuola era silenziosa, sembrava ci fosse qualcosa di strano, un senso di piacevolezza lo accolse nel solito immenso ingresso.

“Si muova, si muova” Il Preside si avvicinò a Michele, era sudato e aveva una voce che pareva soffocata da un pezzo di pane.
“Che succede? Cos’è tutta questa fretta?”

Il Preside non rispose, lo portò dentro l’aula Magna, c’erano tutti. Anche quella di francese con quello di algebra, il vice-preside. C’erano tutti i bidelli, quello svogliato, quello con i problemi, quella con tre figli, quella straniera, quello vecchio e tutti quelli che lavoravano in segreteria, che sembravano tutti identici. Incrociò lo sguardo di Margherita. Rabbrividì, avrebbe voluto bere del rum.
Si sistemò insieme agli altri, iniziò ad osservare da prima l’impacciato Preside che provava ad attirare l’attenzione su di sé, poi i volti di colleghi, bidelli e altri esseri umani presenti in quella sala. Erano tutti molto bianchi, nervosi, tremolanti, a parte Margherita che sapeva sempre cosa fare.

“Non c’è molto da spiegare, ora siamo tutti ed arriviamo al punto” Si asciugò la fronte con la mano già umida “Se viene fuori adesso che ci sarà il giorno del controllo del nono Dicastero succederà un gran casino, dobbiamo tutelarci, capite? Dobbiamo proteggerci. Abbiamo sempre meno fondi, sempre meno aiuti, sempre meno possibilità, non possiamo mollare ora. No, no. Dobbiamo tenere duro” si asciugò il collo con una mano già umida “Per forza, dobbiamo far finta di niente, per qualche giorno, giusto per organizzare il tutto, è la soluzione migliore, sì, è la soluzione migliore”.

Michele alzò la mano e senza aspettare che il Preside gli concedesse la parola fece una semplice domanda “Cos’è successo? Perché siamo qui?”
Quello di chimica, un omone peloso con baffi tagliati male che amava dormire, lo guardò con area di rimprovero “Diego Sartri, hanno trovato la sua testa in aula, il suo torace è nei bagni delle femmine al secondo piano, il braccio destro era nel mio laboratorio, il piede sinistro nella sala professori e Dio solo sa dove sono gli altri pezzi”
Michele non rispose, fece finta di niente, si mise a sedere, erano tutti in piedi e non poté fare a meno di rabbrividire ancora una volta, incrociando lo sguardo di Margherita. “Chiamiamo il corpo di sicurezza, no?”

Il Preside lo interruppe “No! Non la possiamo chiamare la sicurezza! Chiuderebbero la scuola per giorni, succederebbe uno scandalo, saremmo tutti a casa, senza futuro, senza aiuto forse ci esilierebbero tutti… Tutti! E lo sapete bene che ora è così che funziona.”

Michele, Margherita, quelli che lavoravano in segreteria, i bidelli, quello di spagnolo, quella di educazione fisica, quello di inglese che faceva anche geografia e quello che si doveva ancora laureare che faceva arte, religione, diritto pubblico e quando serviva, aiutava a mettere a posto i computer polverosi… Pensarono tutti a quel giorno. “Il Crollo” così lo definirono i giornali. Tutto era finito, i soldi erano spariti, le aziende prosciugate o acquistate da macro gruppi i cui capitali corrispondevano al 90% della ricchezza mondiale, la politica aveva perso il controllo, le banche lo avevano ripreso col sangue di molti, la guerra che nessuno voleva iniziare stava infiammando paesi lontani facendo aumentare i costi e contare i morti. Si iniziò a vendere i grandi monumenti, le bellissime spiagge, le favolose montagne, ora i laghi, poi i fiumi, infine le città. Poi quei soldi smisero di valere, saltò lo stato, si liberarono le regioni, vecchie monete tornarono dalla tomba, vecchie leggi vennero riesumate, sulle costituzioni ci venne vomitato sopra. Tutto, in effetti, aveva iniziato ad avere molto poco senso.

Continua…

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Il Participio passato di Esigere – Capitolo 1

il participio passato di esigere

IL PARTICIPIO PASSATO DI ESIGERE

L’illusione di rinnovata energia, una scarica da defibrillatore, se ne andò senza destare troppo scalpore. Cuscino, letto, calore e ancora cuscino, saliva posticcia. L’emulazione del grembo materno era utile a sconfiggere ogni misero tentativo di inizializzare il proprio sistema motorio ed alzarsi dal letto per iniziare una nuova giornata. Una nuova giornata. A Michele piaceva la parola “nuova”. La trovava una deliziosa presa per il culo da parte di tutte le cose che lo riguardavano, come il mondo, la storia, la filosofia, le parole della gente. Tutto aveva sempre meno significato ed allo stesso tempo, le cazzate, diventavano fondamentali per unire la parola “nuova” con “giornata”. Ne abbiamo vissute molte di giornate eppure continuiamo a viverle commettendo gli stessi errori, duplicandole in serie, un macabro omaggio alla produzione di massa.

Era molto difficile, per Michele, alzarsi la mattina affrontando tutti questi massicci pensieri. Il motivo per il quale preferiva stare a letto lo si trova nella poca voglia, da parte di Michele, di parlare con se stesso, troppa fatica, troppa pigrizia, troppa paura di entrare in argomenti troppo seri. La relazione andava bene così, non si facevano troppe domande, viaggiavano sempre insieme, ogni tanto si lasciavano andare a del buon sesso senza però entrare troppo in intimità. Sia Michele che se stesso sapevano cosa volevano l’uno dall’altro e sapevano quale argomento di discussione avrebbero dovuto sempre evitare. Patti chiari, esistenza lunga.

Capelli lunghi, castani, lisci, a volte raccolti, a volte no. Occhiali tondi, grossi, vecchi, con un po’ di nastro a tenerli uniti, un nastro adesivo marrone, da pacchi. 32 anni a Dicembre, questa cosa di essere nato a Dicembre lo metteva continuamente in crisi dinanzi a conversazioni del tipo “quanti anni hai?” “Eh ma di che millesimo sei?” “Quindi sei entrato nei 33”. Si sforzava ma gli faceva male la testa. La testa gli faceva spesso male ma mai avrebbe ceduto a pasticche, pillole e altri medicinali. Non perché fosse un combattente del sistema ma piuttosto, perché il costo di questi surrogati di felicità lo faceva sobbalzare pensando alla cifra che avrebbe potuto convertirsi in rum o in libri brutti trovati ad un mercatino dell’usato. Ed ecco che il suo rimedio era “dell’acqua con un po’ di limone, grazie”. Laurea in Filosofia, dottorato in Filosofia Teoretica ed amore profondo per Platone, Parmenide, Calogero e il Capitano Kirk. Michele non amava radersi, la sua barbetta scura, con lievi sfumature rossastre cresceva in maniera caotica sulla sua faccia pulita. Una volta si rase per il compleanno di sua nonna e non lo fecero entrare in casa, sicuri che si trattasse di un venditore di aspirapolveri. Odiava non sembrare se stesso. Aveva gli occhi scuri e spenti.

Solito corridoio, soliti bidelli imbalsamati nella loro ingenua esistenza, solito implacabile orologio elettronico ad intermittenza, soliti studenti forcaioli titubanti, indecisi se entrare o meno. Il Preside dondolava per i corridoi fermandosi spesso a raccogliere sigarette, ad annotarsi graffiti, cedimenti strutturali, episodi di pigrizia sul lavoro e tutte quelle cose che potevano dargli soddisfazione. Michele sapeva come evitarlo, gli sarebbe bastato fare qualche corridoio in più, passando dalla sede distaccata che portava alla palestra che attraverso il magazzino dava sull’aula magna la cui seconda uscita riportava davanti all’ufficio del Preside. Un ufficio sempre vuoto, al piccolo, grasso, ansimante, sudato e ansioso preside non piaceva stare in ufficio. Questo Michele lo sapeva, avrebbe saputo come entrare in classe senza informare il Preside del suo ennesimo ritardo. Non ne valeva la pena, tutto aveva poco senso, se non l’avesse fermato quel giorno, sarebbe successo un altro giorno e così via. Ogni “nuova giornata” come le altre.

“Professor Camussi, lei è in ritardo?”

“Uh? Salve signor Preside”

“Non mi ha risposto”

“Se le rispondo faccio tardi per entrare in aula”

“Ma è già tardi?”

“Lei dice?”

“Io Dico”

“E cosa dice?”

“Mi sta facendo perdere tempo, Camussi”

“Anche lei lo sta facendo perdere ai miei studenti, Egregio”

“Se ne vada”.

Michele scosse la testa, troppo, troppo, troppo facile. La vita era uno sbadiglio. Entrò in aula, fece una smorfia. C’era puzzo di adolescente là dentro, putridi adolescenti eccitati di continue nuove giornate. “Bessi apri queste cazzo di finestre che c’è puzzo di capra”. Michele si mise a sedere senza guardarli in faccia. Quando gli arrivò la lettera che lo informava della temporanea assunzione come supplente presso il Liceo Classico della sua città fu felice. La felicità durò poco più di 10 minuti, Michele era una persona intelligente.  Si rese conto che la sua inutile felicità era data solo dalla disperazione in cui la vita di aspiranti insegnanti versava. Fin da piccolo aveva sempre saputo una cosa “Voglio fare il maestro”. Ambiva a comprendere i problemi dei più fragili, voleva entrare nelle vite dei suoi studenti, stravolgere le loro esistenze, aprirgli gli occhi, diventare importante, migliorare la loro percezione, sviluppare il loro senso critico. Quando frequentava il Liceo, fantasticava spesso sulle sue future classi.

“E ci sarà la ragazza provocante che piacerà a tutti e che sarà la prima a rimanere incinta una volta finite le superiori e ci sarà il ragazzo timido con tanto potenziale che nasconderà segreti e ci sarà il duro dal cuore tenero che nasconderà problemi e ci sarà la sognatrice che vorrebbe fare la scrittrice ma che non ce la farà mai e ci sarà quello che penserà solo alle donne senza mai scoprirle veramente e ci saranno quelli emarginati che chiederanno aiuto e quelli indomiti da domare e quelli stolti da istruire e quelli geniali da distruggere e quelli alla pari da allenare e quelli che si ricorderanno di me e che quando sarò vecchio mi offriranno un caffè mentre io gli parlerò per la centesima volta della logica e della definizione di esistenza e gli dirò sempre le solite cose ma in modo diverso così che i più intelligenti possano capire che sono vecchio ma non rincoglionito…”

Le fantasie in realtà, erano praticamente infinite. Benzina per la vita, droga per andare avanti, astinenza da evitare, causa morte.

La sua classe era normale, le sue classi erano normali. Ragazzini tempestati di consuetudini e luoghi comuni ma banali. Nascosti dietro a trasparenti cliché. Non interessanti, tutto qua.

“Che c’è da fare oggi?”

“I promessi sposi, professore” disse quella vestita da secchiona

“Se vuole, ci facciamo i cazzi nostri tutta l’ora, o quel che ne rimane” disse quello vestito da simpatico

“Mica vorrà interrogarci?” disse quella vestita da cheerleader

“Non si dicono le parolacce, sono simbolo di umorismo stupido”

“Cazzi?” rispose quello vestito da simpatico

“No, Ora”

Non capirono ma si misero a ridere, nemmeno lui capì la sua battuta ma gli era piaciuta molto.

– Purtroppo! – disse Federigo, – tale è la misera e terribile nostra condizione. Dobbiamo esigere rigorosamente dagli altri quello che Dio sa se noi saremmo pronti a dare: dobbiamo giudicare, correggere, riprendere; e Dio sa quel che faremmo noi nel caso stesso, quel che abbiam fatto in casi somiglianti! –

Il ragazzo vestito da assiduo giocatore di videogames alienanti lesse il paragrafo.

“Esigere dagli altri, Luca che ne pensi?”

“Di cosa professore?”

“Del fatto che sia più o meno necessario esigere dagli altri qualcosa”

“Dipende… Se serve…” rispose quello vestito da assonnato

“Dipende da cosa?”

“Non saprei…” rispose sempre quello vestito da assonnato

“Aprite la finestra, devo fumare”

Il solito Bessi, quello vestito da sudato, si alzò e spalancò le polverose vetrate dell’aula. Polvere, rumori della città, rumori inutili, aria tiepida, riscaldata. Si accese la sua sigaretta, li guardò. Scosse la testa, non avrebbe mai voluto essere al loro posto, a malapena riusciva a starsene al suo. Socchiuse gli occhi, aspirando il più forte possibile. Odiava quando i raggi del sole rivelavano la polvere presente nell’aria. Si sentiva soffocare.

“Qual è il participio passato di esigere prof?” disse uno vestito da bambino.

La sigaretta divenne amara, un amaro insopportabile. Continuò a fumare, iniziò a sentire il cuore palpitare, poteva percepire ogni minima pulsazione, il collo pulsava, la testa pulsava, iniziò a sentire caldo e forse anche a sudare. Fece finta di niente.

“Qual è professore?” ribadì quello vestito da bambino

Lo guardò. Era un ragazzino anonimo, uno da cinque e mezzo. Non uno di quelli che si applicava poco ma che poteva dare di più, semplicemente uno da cinque e mezzo. Non sembrava interessarsi alla scuola più di quanto si potesse interessare a videogiochi, ragazze, sogni e calcio. Non avrebbe dovuto fare quella domanda, non era nelle sue corde. Non gli apparteneva quel tipo di domanda e non avrebbe dovuto interessarsi alla risposta. Ma quella domanda, era vera. Michele l’aveva udita bene, nitida, pulita, agghiacciante e spietata.

“Non lo sa professore?” lo rincalzò quello vestito da… Un momento. Non era più vestito da bambino. Era nudo. Stupidi bachi che diventano farfalle, così, velocemente. Michele gettò la sigaretta. Odiava le farfalle.


Ecco qua la prima parte del racconto “Il Participio passato di Esigere” credo di portarlo avanti con appuntamenti settimanali anche se già so che non sarà molto lungo. Nel caso vi interessasse ho un curioso, credo, modo di scrivere. Mi metto davanti allo schermo, chiedo a me stesso di scrivere qualcosa e parto. Questa “tecnica” risulta essere poco professionale e, anche per questo, qualche anno fa capii che non sarei mai stato in grado di scrivere un romanzo. Però credo che condividere le strane storie che a volte bussano alla mia testa, sia molto divertente e quindi lo faccio. Mi diverto ed è bello divertirsi. Questi racconti non hanno altro scopo che essere letti e quindi, nel caso vi ammalaste e decideste di spargerli sul web vi chiedo solo di citare l’autore, Io.
Siccome credo che sia faticoso, per qualcuno, leggere da schermo, vi lascio anche il PDF così ve lo potete scaricare e farci ciò che volete (nei limiti della decenza, mi raccomando).