Day 5 – Ritorno ad Edimburgo

castello inverness

“Torna al punto di partenza”

Casella del Gioco dell’Oca veramente terrificante quella che ha ispirato il mio titolo e la paura di molti giocatori (ma siamo sicuri che esista questa casella). Detto questo, zoomiamo su Inverness (immaginatevi lo zoom di Google Map, grazie) e penetriamo nella mia camera, alle 6.30 del mattino. Troviamo un orsetto imbranato che tenta di rufolare dentro uno zaino, l’orsetto barcolla e sembra nauseato. Quell’orsetto sono io, la nausea me la stanno dando i giovani francesi “informaggiati” e il mio zaino inizia ad avere dei problemi di logistica. Tra l’altro se c’è qualcuno che si offre volontario per insegnarmi a piegare le camicie, gli offro una birra. Giuro. Abbandono di buona lena l’ostello sgarrupato dopo aver scroccato l’ennesimo caffe, questa volta niente acqua e cioccolata ma del Nescafé che comunque rimane abbondantemente sotto la definizione di CAFFE, decido di farmi il castello di Inverness che avevo perso il giorno precedente, per pigrizia ovviamente. Sono le 7.30, ho il bus alle 10.00 e tutto sembra sorridermi.

castello inverness diario di viaggio scozia

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Il Castello medievale (1100 d.C circa) è in realtà finto, infatti, è stato ricostruito “fedelmente” sono nel 1800, quindi quello che ho visto io e che vedrete voi è una semplice ricostruzione modernizzata e da vicino lo si nota e non poco. L’ingresso costa ben 7£, sono abbastanza per farmi venir voglia di non entrare. Decido di passare l’ora che mi separa dalla partenza girovagando per negozi e supermercati in cerca di acqua non aromatizzata a chissà quale frutta e dei souvenir che non riguardano Nessie. La mia attenzione però, viene immediatamente rapita dall’ennesimo affronto alla mia italianità.

bella italia inverness

Senza esagerare si tratta, minimo, dell’ottavo “Bella Italia” che vedo in Scozia. Non resisto, entro e ordino un caffè. Mi arriva tempestivamente uno sciacquone buono per annaffiare le piante, chiedo al tizio se quello veniva considerato da loro un “espresso” e scopro con orrore profondo che per “loro”, la parola espresso significa semplicemente caffè e quindi, si sentono in dovere di fare quello che preferiscono. Arriva il titolare, un finto italiano che capisce che io sono, fino a prova contraria, un vero italiano. Mi fa un sorrisone, prende un bicchierino e mi versa parte dello sciacquone nel bicchierino, mi guarda: Espresso for you my friend! Pago, non bevo ed esco.

Mi ritrovo alla fermata del bus con un sacco di vecchietti in tenuta da trekking e bambini tedeschi iperattivi, non si prospetta un grandissimo viaggio e lo capisco quando ad un certo punto, facendo la fila per entrare, il capo dei vecchietti inizia ad intonare un tipico canto che non conosco e la risposta del gruppo è veemente. Un canto che non conosco sempre più forte, bambini che battono le mani con la stessa intelligenza dello scodinzolio di un cane, e tanti altri tentativi, da parte di altri boss minori di far partire altri cori. Edimburgo mi costerà molto cara… Lo sento.

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Mi siedo. Lascio il posto accanto a me libero perché sono una persona educata e mi siedo dalla parte del finestrino. Sento un profumo, un buon profumo. Una bellissima ragazza, si siede accanto a me. Non ho voglia di girarmi, continuo a spalmare la mia faccia sul vetro freddo del bus ma sento l’odore, sento la presenza. Sono un po’ a disagio perché il bus era ancora molto vuoto e quindi mi chiedo cosa avesse portato questa ragazza a sedersi proprio accanto a me. Poi provo ad invertire i ruoli e credo che avrei fatto la solita cosa pure io, giusto per non rischiare di beccarmi piccoli ingegnerini tedeschi o vecchi esaltati. Megan è una bellissima ragazza, è bionda, ha i capelli leggermente mossi che le scendono fino alle mani che sembrano di porcellana. Si veste in modo accurato, con i colori giusti e i dettagli che contano, ha un buon profumo, forse troppo dolce, un profumo da ragazza di 16 anni a metà tra la casa delle bambole e le serate oltraggiose. Megan è vegetariana, vorrebbe cambiare il mondo con piccole azioni, vorrebbe un po’ più d’amore tra la gente. Megan sta andando ad Edimburgo per il Fringe Festival, suo zio la sta aspettando, lei è troppo piccola per starsene da sola. Megan è timida ma emana una forza imponente, una quercia, delicata, bella, netta. Megan ha una faccia che sembra porcellana, Megan ha la faccia di porcellana. Megan non riesce a muovere la bocca, ne gli occhi, ne le labbra, ne le sopracciglia. Megan è malata, me lo spiega scrivendolo sul suo blocchetto e provando a emettere qualche suono. E’ malata da quando aveva 7 anni, una malattia degenerativa che piano piano le bloccherà tutti i muscoli del suo magnifico corpo. La sua impassibile faccia, i suoi occhi bianchi che deve bagnare continuamente con collirio perché non può sbattere le palpebre, le sue labbra serrate, secche, sbriciolate dal vento. Tutto questo non mi da fastidio. Mi da fastidio, in realtà, l’aver pensato di provare un fastidio, che poi non ho provato. (Scusate il ghirigogolo). Succede la solita cosa ai finti razzisti. “Ok, è entrato un africano sull’autobus, non lo devo fissare sennò sembro razzista, quindi non lo fisso…1,2, o cazzo. Ora penseranno che io sia un razzista… Cazzo, Cazzo…”

Megan scrive delle sue paure da 16enne, mi spiega che tra un anno la Scozia andrà alle urne per ottenere la totale indipendenza dall’Inghilterra, rimango scioccato perché questa cosa proprio la ignoravo. Mi fa uno smile sull’iPhone che usa per “parlare” insieme ad un blocchetto pre impostato. Non so se sia pena ed in questo caso me ne scuso con tutti, ma ho chiesto a Megan di poterla abbracciare alla fine del viaggio, lei mi ha detto sì, disegnando un cuoricino. Avrebbe pianto, forse riso, forse avrebbe corrugato la fronte, sarebbe arrossita… Peccato. Non lo saprò mai. Quando sentiamo gli anziani ribadire con forza: “quel che conta è la salute” e la nostra reazione è la seguente:  “te dammi i soldi poi tu lo vedi che salute…” si capisce che i problemi sono apparentemente lontani dalla nostra vita, fino a quando qualcuno non ci sveglia in malo modo e ci proietta in un inferno, ancora svestiti e con le mutande sporche. Le ho chiesto di poterle fare una foto, mi ha indicato di non farla alla faccia, ho sorriso e le ho fatto una foto alla sua parte ancora “viva”, non si sa per quanto ancora. Lei lo sa, è triste ma forte ed io, se potessi farlo senza offendere nessuno, pregherei per lei.

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Abbraccio Megan, la “consegno” a suo zio che mi ringrazia di averle fatto compagnia e mi incammino verso l’ostello. Ormai Edimburgo la conosco e vo dritto per la mia strada con un sacco di pensieri per la testa. Sono imbronciato e la strada forse se ne accorge, Edimburgo mi accoglie grigia e brulicante. Vorrei tornarmene sulle colline di Skye, per un momento solo.

edimburgo viaggio scozia

Arrivo in ostello verso le 17.00 con molta poca energia. Il Caledonian Backpackers International Hostel mi accoglie nel peggiore dei modi: La chiave magnetica non funziona, un tizio mi apre, metto dentro lo zaino, chiudo la porta, mi scordo che la chiave magnetica non funziona, torno in reception e mi cambiano stanza, poi mi ricordo che lo zaino è nella stanza precedente, mi riaprono la stanza, c’è un tizio che sta usando il mio zaino come cuscino, lo trattano male e mi danno lo zaino, mi ricambiano la stanza, rimango in quella stanza. In tutto questo, la chiave magnetica non è stata cambiata, impreco. Il tizio che faceva l’abusivo nella stanza 1, la mia stanza originale lo lanciano nella stanza 6, la mia ipotetica seconda stanza. Io rimango come un idiota senza chiave. Dopo mezz’ora una sorta di palla da biliardo gigante, mi riporta una chiave magnetica, dopo mezz’ora un tizio secco, alto, moro con occhi azzurrissimi mi consegna una nuova carta. Sono il re delle carte, inizio ad avere ciò che mi spetta. Potere.

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Dopo 10 minuti perdo ufficialmente la prima carta (forse mi cade nel cesso) e torno ad essere un semplice plebeo. Faccio subito la conoscenza di 2 compagni di stanza: Ricardo direttamente da Sao Paolo, Brasile e Heidi, californiana residente a Perth, Australia. Ricardo è un tipo tranquillo, onesto e compagnone. Heidi è una bellissima ragazza abituata a stare in mezzo agli uomini ed a condividere con loro la passione per le femminucce. Manca all’appello Rachid che conoscerò qualche ora più tardi al pub dell’ostello, Rachid è Sudafricano ma vive a Londra e lavora come UI in una software house. Parliamo di web, di futuro, di lavoro senza che io capisca una mazza. Rachid è simpatico ma parla come non vorrei mai che uno che usasse l’inglese parlasse. Rachid fischia, con lui decido che mi esprimerò a gesti e farò finta di essere sordo.

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Rachid in tutto il suo magnetismo animale

Nonostante il debutto poco incoraggiante, capisco di essere capitato nell’ostello più figo di tutto il nord Europa. E’ molto grande, colorato, organizzatissimo, sempre aperto, sicuro e pulito. Inoltre, al suo interno ha un pub con concerti di musica indipendente dal vivo che partono dalle 17.00 fino alle 03.00. Ci sono un sacco di giovani, niente famiglie di asiatici, niente cinquantenni ostili ma solo qualche “vecchio” viaggiatore miniera di racconti di vita interessanti. Il tempo di farmi una doccia, cambiarmi e di comprare qualcosa da mangiare al mitico Wannaburgher (tra l’altro ho scoperto che l’ultimo panino che avevo comprato il primo giorno, vedi Day 1, aveva una V gigantesca accanto che sta per Vegetarian, questa volta non mi sono fatto fottere e mi sono sparato un doppio pollo piccantissimo. Una delle caratteristiche del Wannaburgher è che mangi praticamente dentro la cucina, vedi tutto quello che vuoi vedere, i soft drink sono illimitati e ti danno un telecomandino tipo vibratore che suona quando il tuo mangiarino è pronto, ganzo). Mi proietto nella mia prima serata Edimburghese al pub dell’ostello.

Ci sono un italiano, un italiano, una californiana, un sudafricano, un brasiliano, un francese, un russo e uno del Myanmar che sbraitano come polli su quanto sia assurdo, specialmente riguardo al tizio del Myanmar, che molte sensazioni, sogni, desideri, incazzature, consuetudini e aneddoti siano i soliti in tutto il mondo. Myanmar compreso. (non mi chiedete il nome perché non me lo ricorderei mai).

Mi ritrovo, intorno alle 01.00 am, a russare come il solito porco nel mio letto, pieno di Whisky affumicato e di bei discorsi.

Buona Notte.


SPESE EFFETTUATE:

  • Ostello Edimburgo 105£
  • 2 Whisky + 2 Birre Guinness 15£
  • 2 Adattatori 4£
  • Birra Brooklyn 2£ (buonissima)
  • Doppio pollo piccante + patatine 5£

COSE BENE

Inverness è una tranquillissima città, lievemente fuori dal mondo ma comunque piena dei noti brand commerciali (H&M, Zara, McDonalds). Il Victorian Market è un luogo da visitare (possibilmente aperto, al mattino). Decisamente si tratta del luogo perfetto per fare da base. Edimburgo è leggermente cambiata da quando l’ho lasciata qualche giorno fa ed è cambiata in meglio. Molti giovani sono arrivati per popolare il Fringe Festival (Festival parallelo) pienissimo di artisti di strada, giovani compagnie teatrali e un sacco di band musicali indipendenti che popolano praticamente ogni angolo delle strade della parte vecchia di Edimburgo. Anche nella parte nuova si respira l’area di festival, tra i super negozi di marca è possibile ritrovarsi nel mezzo di uno spettacolo o in un comedy teaser. Edimburgo appare stupenda, nei prossimi due giorni avrò modo di analizzare meglio la città. L’ostello è fantastico ed è pieno di gente semplice, alla mano, simpatica e tendenzialmente sola. Il meteo è perfetto, vado a giro in maglietta!

COSE MALE

Lo Smartphone è andato (Galaxy Nexus), si riavvia continuamente e la batteria dura max 30 minuti. Non ho rete necessaria per effettuare un restore del sistema o fare un flash del firmware. Sono quindi, senza la mia fotocamera di scorta, quella che serviva a fare le foto immediate, da battaglia, insomma, le minchiate. Spero di poterlo riparare il prima possibile.

Il viaggio con il Citylink mi ha causato un po’ di problemi, nonostante abbia comprato il pass per andare ovunque, non mi volevano far salire sul bus perché non avevo prenotato. L’autista si è preso la responsabilità di avermi a bordo, anche perché il prossimo bus ci sarebbe stato alle 20.00 di sera, una disgrazia. Quindi attenzione! Anche se comperate l’explorer Pass, che consiglio caldamente (cliccate sul link per il sito web) è meglio prenotare, semplicemente recandosi pochi minuti prima all’ufficio biglietti della stazione. Comunque tanto fumo per nulla perché alla fine il bus si è rivelato essere semi deserto e inoltre, raccattava gente per strada, a caso. L’arrivo all’ostello è stato un po’ una scocciatura ma son cose che possono capitare. In questo periodo Edimburgo è splendida e per questo è strapiena di turisti. Non vi preoccupate che le strade sono mega sicure così come le folle. La polizia vigila costantemente ma credo che a qualcuno la calca eccessiva possa dare fastidio. Ci sono alcune strade come Market Street e George Street che sono veramente difficili da attraversare in determinate ore della giornata.

ANEDDOTO DA RACCONTARE

Purtroppo non ho spumeggianti aneddoti da raccontare, vuoi perché non posso pretendere di avere sempre mirabolanti avventure tutti i giorni, vuoi perché a volte me ne dimentico. Comunque dovete solo sapere che il vero nome di Rachid è Asass En Sheeady, si legge tipo “Asasin scidi”. Un nome fighissimo che ho ribattezzato Rachid perché troppo lungo, questa è la conversazione, mas o menos:

Io: Hey Man, I’m Filippo from Florence, what about you?

Lui: I’m “nome impronunciabile” from CapeTown, South Africa.

Io: Rachid?

Lui: No.

Io: I know, but i think i will call u Rachid.

Lui: Why da fuck man?

Io: It’s… Ehmm… Easier.

Lui: You convince me. My name’s Rachid by now.

Io: Great.

PS: Questi giorni a Edimburgo si prospettano un po’ diversi dal solito, meno cose da visitare, più serate da raccontare. Probabilmente il diario perderà di interesse turistico e acquisterà in interesse umano con qualche riflessione in più. Anche perché ora mi sveglio all’una… e prima delle 16.00 non sono in città (Oh! Sono in vacanza, che pretendete!)

Un Abbraccio a tutti.

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Day 4 – Inverness

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“Nessie ti guarda, vestiti a modino”

13 Agosto – 2013

Lo ammetto, mi ci sono un po’ affezionato a Portree. Ai suoi orari proibitivi, alla sua gente gustosamente fuori dal mondo, all’ostello invaso dagli asiatici e anche al mio grande nemico di sempre. Il problema del viaggiare credo sia un po’ questo, noi esseri umani stiamo diventando sempre più sedentari, se proviamo a guardare l’umanità dall’alto e non dalle nostre piccole e insignificanti esistenze, possiamo vedere come i popoli difficilmente si spostano. La familiarità di un luogo, il rito, la routine, azioni maniacali che non ci accorgiamo di fare che da un momento all’altro cessano di esistere. Questo è il vero trauma del viaggiare e penso di poter dire che tutti ma proprio tutti, hanno provato questa sensazione almeno una volta nella vita. Quella di stare lontano da casa, dalla routine. Ecco! Io in appena due giorni mi stavo già ricreando quelle abitudini necessarie ad acquisire la giusta sicurezza e spavalderia per affrontare il mondo. Siete mai stati 15 giorni in un campeggio? 1 settimana in un villaggio turistico? 1 mese in una casa al mare? qualche mese a fare un Erasmus? Bene, allora sapete di cosa sto parlando.

Noto con piacere e dispiacere, in realtà sono un po’ combattuto, che il mio nemico mi ha abbandonato, così come Justin. Sono rimasto solo con la famiglia asiatica che ancora ronfa alle 9.00 del mattino. Inoltre, scorgo altri due tizi di vaga etnia tedesca, vedo uscire lui dalla doccia con ai piedi calzini bagnatissimi, sandali,  un asciugamano bianco con spaccatura sbarazzina che non copre un quarto di palla e un petto segnato vistosamente dalla birra. Ok, sono tedeschi. Scendo le scale, rimango scioccato. Non mi muovo. Impietrito tiro fuori la macchina fotografica. Vi giuro che non ho più parole, lascio a voi i commenti. (per chi non capisce si vada a leggere il Day 3)

mostro the ring

Inquietante, nevvero?

Preferisco proseguire se siete d’accordo. Non ho voglia di addentrarmi in inquietanti incubi abissali in cui i giapponesi sono molto più malati e maestri di me. Quindi andiamo avanti… Per favore. Saluto Bilbo Baggins che mi liquida con un “Cio” io rispondo con un “Ba” e siamo pari. Esco dall’ostello e mi sento addosso una strana sensazione, una di quelle che conviene ascoltare perché ti avvertono che sta succedendo qualcosa di tragico ma che in cuor tuo sai che non hai voglia di assecondare perché semplicemente ti fa fatica assecondarti. Continuo a camminare con i 12Kg di zainone sulle spalle, barcollando come un panzone senza caviglie, quando la sensazione aumenta e si trasforma in immagine. Non ci sono più asiatici. Più. Spariti. Vedo solo tedeschi, molti tedeschi, una mini valanga di tedeschi in assetto da guerra con bastoni, sandali, k-way verdi militare e tantissimi bambini atrezzatissimi e compostissimi. Cerco invano di raccogliere almeno un asiatico con lo sguardo. Sono nella piazza del bus (un incrocio in realtà), piove, tira un pochino di vento, il cielo non si è ancora svegliato, una ragazza alla fermata dell’autobus sbadiglia. Sembra asiatica, è asiatica, vede che la osservo, se ne accorge e mi aspetto che, in quanto asiatica, distolga lo sguardo imbarazzata, continua a fissarmi, non mi sorride. Faccio appena in tempo a capire che sto perdendo tempo dietro ad inutili sciocchezze che una famiglia di tedeschi le si avvicina ed io capisco tutto. Madre asiatica, Padre tedesco, fratello tedesco, lei asiatica. Tutto torna, come cantava Ivana Spagna, è il cerchio della vita… No? Capisco di essere arrivato ad un punto critico, mi fiondo a comprare dei souvenir e delle micro boccette di whisky che non potevo perdere. Il mio vero obiettivo era una borraccia per il Whisky ma partivano tutte da un minimo di 25£, Una mezza follia, rimarrò fedele alle micro bottiglie.

folla di tedeschi scozia

Non è una grandissima foto ma sono riuscito a catturare una piccola orda di tedeschi

Esco felice a metà, dall’unico negozio di souvenir di Portree (comprando anche un caffe tra l’altro) e la sensazione di prima non è svanita. Il problema dunque non erano gli asiatici, ne i tedeschi, ne i tedeschi sposati con asiatici… Ma una delle cose peggiori che possa capitare a chi ha deciso di camminare… Stiamo parlando di un autentico incubo che può colpire quando meno te lo aspetti, un fastidio che logora la pazienza, la mente e condanna il camminatore ad un supplizio infernale continuato:

calzini fantasmini in scozia

I fantasmini che scendono a metà piede sono una delle cause della crisi mondiale.

11.10 Finalmente salgo sull’autobus ed inizio il mio viaggio verso Inverness. Sono sempre molto emozionato quando salgo su autobus, credo che sia dovuto all’inevitabile incontro ravvicinato e convivenza forzata con tizi, tizie e altri esseri che non avresti mai avuto la possibilità di incontrare. Spero sempre che mi capiti accanto una ragazza carina per una piacevole conversazione, un ragazzo solitario per il solito motivo, un vecchio narcolettico che mi potrebbe raccontare 10 volte la solita storia, una vecchina timida che mi racconterebbe di quanto meravigliosi siano i suoi nipoti. Tendo ad evitare famiglie numerose, gruppi di scalmanati e gente con problemi di obesità. Fortunatamente siamo in pochi e ognuno di noi dispone di una fila di sedili, dietro di me si posiziona un tizio vestito da Sherlock Holmes con la barba rossa e il fare bislacco. E’ giovane, è anche un po’ improvvisato e cosa fondamentale, ha un sacchetto pieno di mele, pesche e susine. Non so cosa ho fatto di male alla Morte per farla incavolare così tanto con me e permetterle di torturarmi in questo modo prima del suo arrivo ma come sospettavo dopo qualche chilometro, lo Sherlock Holmes rosso inizia a succhiare, leccare, sbiasciare, aspirare la frutta presente in quel sacchetto. Nemmeno il più premuroso dei mariti si sarebbe concesso ad un cunilingus così penetrante e passionale con la propria moglie, no. Nemmeno il giorno dell’anniversario. Il disgusto mi attanaglia, i nervi mi sfondano la pelle, i miei occhi emanano radiazioni. Dopo l’ennesimo suono da risucchio mi imbottisco le orecchie con le cuffie, consapevole di esaurire la batteria del mio unico orologio… Non ci riesco e faccio partire la musica. Dopo 30 minuti, alla fine della batteria del Nexus, mi tolgo spaventato le cuffie. Come quando ci si rifugia in una capanna, rincorsi da zombie e la mattina dopo si esce lentamente dall’uscio, tentennando ad ogni passo. Vi è mai capitato? Incredibilmente le pesche non sono finite e quindi decido di fare una mossa drastica, girarmi, guardarlo negli occhi, profondamente… per ore. Appena trovo il coraggio di farlo, rutteggia sulla mia nuca e butta via il sacchetto vuoto. Si è salvato per un pelo… Tsk.

Inverness è verde, molto verde. E’ attraversata dal Ness River che sfocia ovviamente, uhm vediamo, inverNESS, InverNESS, Loch… Ok, avete capito. Siamo nella città di Nessie, quella cosa inesistente classificabile come plesiosauro immortale che da anni porta un sacco di soldi ad un lago che non se li merita, non più degli altri splendidi laghi della Scozia almeno. Vedo il marcio di queste persone in cappellini a forma di Nessie, magliette Nessie, Nessie di legno, di vetro, Ostelli Nessie, Alberghi Nessie e caffè che si chiamano Nessie ma che fanno schifo come tutti gli altri. I’m in a Nessie World. Nemmeno a Disneyland si vedono così tanti Topolini o Paperini. Una città templio, che inneggia alla gloria di una mostruosità inesistente. Non parlo di Lovecraft ne di Chtulu... Qui si parla di graziosi plesiosauri. Con immane repulsione decido di non andare al lago di Lochness e di dedicare il pomeriggio alla città. Scendo dal pullman che sono le 14.30, il mio unico obiettivo è raggiungere l’ostello, mangiare un panino comprato a Portree e visitare Inverness fino a mezzanotte.

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Entro nel’ostello, capisco subito che ho fatto bene a prendere una sola notte. In camera sto con 3 ragazzini francesi che puzzano di formaggio ma sembrano simpatici, un po’ svampiti ma simpatici. Scambio due parole con un cipriota che prova inutilmente ad aggregarsi a me, riesco a svignarmela con un paio di frasi inconsistenti e risate di circostanza, tipo: “Wanna join me for a walk through the town? “Ehy! I saw a Lake… hahahah”. Stop.

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Apprendo da qualche volantino pubblicitario che ad Inverness ci son da vedere 3 cose:

1. Ponte

2. Victorian Market

3. Castello

Decido di dedicarmi ai primi due, tralasciando alla mattina seguente il castello. L’importante è avere a che fare il meno possibile con Nessie.

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inverness victorian market

inverness victorian market

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Ovviamente il mercato è chiuso (riesco comunque ad entrare di sgamo e scattare qualche foto) e una guardia cattivissima, che altro non aspettava che spiaggiarsi nel primo pub di Church Street, mi scaccia in malo modo. Faccio il passaggio di turno sul titubante e barcollante ponte che mi spedisce in una parte della città piena di take-away indiani, thai e cinesi. Torno in Scozia e continuo a girare per Inverness. La città è molto piccola, dopo aver girato in tondo per circa 6 volte, inizio a comprenderne la struttura. Principalmente ci sono 3 strade, High Street, Church Street, Castle Street… Semplice, no? Sì. Molto. Torno all’ostello per una doccia da incubo (cubicolo di 2 metri), mi metto per la prima volta da questa vacanza un paio di pantaloni lunghi, riacquisto le sembianze di una persona con una camicia e cerco un pub dove scrivere l’articolo che avete letto ieri.

pub inverness

Mi dedico alla Guinness e capisco che a Dublino è molto più buona. Scrivo il mio articolo, il pub è semivuoto così come Inverness. Me l’avevano venduta  come una città in fermento, giovane, creativa, quando la cosa più creativa che ho trovato è un vecchio con una felpa “Once i saw Nessie, Now it’s my Wife”. Città sicuramente tranquilla che fa da ottima base per visitare un sacco di cose interessanti nei paraggi, non solo il lago di Lochness ma anche i campi delle tragiche battaglie delle rivolte giacobite (succo della favola, combattevano per rimettere gli Stuart sul trono d’Inghilterra…). Finisco l’articolo, mi regalo un’altra Guinness e una passeggiata solitaria in centro.

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Me ne torno all’ostello molto stanco e rilassato, mi faccio una cioccolata con la cucina dell’ostello. Non capisco come facciano a fare una cioccolata solubile con l’acqua calda, infatti viene uno schifo inimmaginabile. Sorseggio l’acqua calda e marrone fino a che non incontro una piacevole coppia bergamasca ma questa storia la lascio agli aneddoti. Buonanotte.


SPESE EFFETTUATE:

  • Ostello 17£
  • Panino + Accendino + Acqua normale 5£
  • Adattatore 2£
  • Bagno schiuma al limone fluorescente 2£
  • Mixed Grill + 2 Guinness 10£

COSE BENE

Il bello di Inverness, rispetto alle città italiane, in particolare a quelle della mia toscana, è che ha solo da far vedere 3 o 4 cose, quindi non si perde troppo tempo e la si gode tutta in qualche ora. La città è tranquilla, forse troppo. In Church street ci sono alcuni pub carini con musica dal vivo (io ho beccato quello mencio). Il centro mi ricorda vagamente l’Irlanda e in particolare Dublino, forse a causa delle mattonelle. La città è molto ordinata e pulita e si respira una grande area. Sembra proprio di stare al confine tra la natura incontaminata e il fumoso regno unito. Un vero gioiello delle Highlands.

COSE MALE

Il brutto di Inverness, rispetto alle città italiane, in particolare a quelle della mia toscana, è che ha solo da far vedere 3 o 4 cose, quindi non si perde troppo tempo a vedere quello che offre e difficilmente riesce a toglierti il fiato. La città è estremamente calma, decisamente calma. Ottima per le vecchie zie che ambiscono a svernare in salutari luoghi tranquilli e sorridenti. Nessie è un incubo costante e forse capisci che in realtà loro ci credono davvero o comunque credono nel potere di portare soldi, che da un certo punto di vista è quasi meglio. Gli orari sono un po’ più elastici di Portree (ci vuole poco) ma alle 19.00 è comunque tutto chiuso. Il castello chiude invece alle 16.00. L’Ostello (Student Independent Hostel) è simpatico ma un po’ sgarruppato. Lo sconsiglio a famiglie e schizzinosi.

ANEDDOTO DA RACCONTARE

Mentre sorseggio la mia tisana oscena una giovane coppia bergamasca inizia a parlare del loro giro, io non resisto e chiedo: “Quando siete arrivati?” Loro “Oggi” Io non rispondo, sorrido e torno a leggere delle storie sui Giacobiti. Improvvisamente mi fanno la domanda più assurda che potessero farmi e io rispondo in modo ancora più assurdo. “Sei Italiano” “No, Spagna” “Ahhh che bello” dice la ragazza “Ah che bello” dico io “di dove sei?” fa la ragazza “Murcia”. Io non sono mai stato a Murcia, ho scoperto questa mattina che è sotto Valencia. In breve sono stato mezz’ora a far finta di essere spagnolo, il ragazzo mi parlava in inglese e mi spiegava che lavoro faceva a Londra, la ragazza in spagnolo perché le era presa bene “voglio rispolverare il mio spagnolo, correggimi se sbaglio!”, io con la stessa scusa rispondevo in italiano. Un pessimo italiano. A volte sembravo più appartenere ad etnie slave, altre volte ghanesi, altre volte pistoiesi… Però hanno abboccato e hanno aiutato il mio ego a gorgogliare di radiosa felicità per ben 5 minuti. Purtroppo non è la prima volta che l’istinto mi gioca brutti scherzi, il giocare a fare l’attore è stimolante quanto rischioso se non sei su un palco… Come quella volta che entrai da un tabaccaio a Pistoia e… Vabbe ve la racconterò… Forse.

Have a Decent Time

(non guardate agli errori di battitura per l’amore di Dio o di chi ne fa le veci, scrivo da sopra un bus barcollante)

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